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Le mie serate a New York

Poi c’è chi dice chissà cosa fai a New York la sera, i rooftop, le luci, tutta quella gente.
Per esempio quel signore pelato, quello della foto qui sotto, che l’altra sera era il solo in sala con me quando sono arrivata al Lincoln Plaza, sulla Broadway in alto in alto, dove praticamente non è piu la Broadway che quasi tutti hanno in mente.
Erano le 19, avevo passato tutto il pomeriggio in biblioteca per scrivere un pezzo da mandare via e m’è venuta voglia di un filmetto. Ho scelto una sala vicino a casa e, proprio come a Milano, il cinema piu vicino è una specie di adorabile residuato bellico: c’è ancora un tizio che ti vende i biglietti e si scendono le scale per arrivare in questo spazio mai rinnovato dagli Anni 70, con le pareti decorate da poster un po’ sbiaditi di film culto e signori annoiati, appoggiati alle colonne, che controllano i biglietti parlottando tra loro.
Avevo scelto una proiezione ma poi, all’ultimo, ho cambiato idea: e quando è iniziato il film – nel frattempo in sala erano arrivate alla spicciolata qualche coppia e un paio di signore da sole, borghesia dell’Upper West, che legge il giornale aspettando che si abbassino le luci – ho scoperto che era un film francese in lingua originale, sottotitolato in inglese. E tutti ridevano, perché era buffo, e a quelli dell’Upper West pensare a Godard e a Agnes Varda ricorda gli anni della loro libertà, e io ridevo di loro che ridevano e ridevo anche di me lì in mezzo a quella scena woodyalleniana; ma contemporaneamente mi sentivo proprio a casa mia, un po’ perché in America mi sento sempre a casa e un po’ perché io sono proprio quel tipo lì, che a NYC va a vedere un film francese in una sala microscopica lontano dal casino.

Oppure quello – sempre per il capitolo le tue serate a New York – che si iscrive a un corso serale di yoga allo YMCA, un corso il cui maestro è uscito diretto da Harry ti presento Sally, ma la prima parte, quella della fine Anni 70, o magari dai Tenembaum. Un tipo con il fisico un po’ da lattina, piccolo ma molto sodo e molto muscoloso, con dei calzoncini di cotone corti evidentemente senza mutande e una zazzera di capelli che nemmeno Bob Dylan all’epoca. Eravamo in palestra lui e io, un signore obeso che sudava anche solo a muovere le dita – Very good John, very good, just a little more -, uno che respirava con la stessa intensità sonora della Quinta strada, una settantenne ultra tonica che cercava di richiamare l’attenzione dell’istruttore, una ragazza di colore incredibilmente più impedita di me e un’indiana che a metà ha abbandonato il corso, poco prima che ci facesse mettere le gambe dietro la schiena e che io rischiassi di non alzarmi mai più da quella posizione.

Così passo le mie serate a New York, insomma. E come si sta bene.

 

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Dispacci, India – Goa #1

Dicono che a Goa ci vadano solo gli europei, qualche russo, un po’ di israeliani a mandare giù Mdma per dimenticarsi gli orrori della militarizzazione continua. Noi, però, ci abbiamo trovato praticamente solo indiani: quelli ricchi, turisti del weekend, che scappano dalle città e si intingono in questa giungla umida affacciata sul mare per bere birre e farsi selfie di coppia, etero e gay, senza divieti o timori. Di Mdma neppure l’ombra, ma non l’abbiamo cercato: che in giro ne esistano cascate è certo. 

Dire Goa, comunque, non ha molto senso: il nome è quello dello Stato, una striscia lussureggiante e vagamente amazzonica. Sarà il passato coloniale portoghese, con le case colorate e le chiese maestose in mezzo alla foresta, ma a Panjim oggi mi pareva di essere tornata in Brasile.  C’è pure un quartiere che si chiama Altinho, che un po’ sa di Pelurinho (Brasile) e un po’ di Trinidad (Cuba), ma col triplo degli insetti e l’acqua di scolo che si impasta con il terriccio, le foglie e la polvere formando un’argilla rossiccia che ti si attacca ai piedi e alle gambe a mo’ di henné permanente. 

Poi c’è l’acqua quella dei monsoni, ogni qualche ora: il cielo passa dalla tonalità grigio chiaro pm10 a quella grigio scuro nubifragio in quattro minuti, un venticello si alza a illuderti con temporanee promesse di refrigerio e poi il cielo scarica 15, 20, 60 minuti d’acqua per cui non si scompone nessuno, e ormai nemmeno più noi.

Sui motorini gli indiani si compattano ancor più: quello che sta in mezzo – il numero medio per scooter è tre persone – tira fuori l’ombrello e copre sommariamente gli altri, quello che guida ripone il cellulare in tasca all’asciutto (normalmente ce l’ha in mano), il terzo si guarda intorno come se nulla fosse.  Al termine dello scroscio il tasso di umidità passa dal consueto 80 al 160% e gli animali emergono dal sottosuolo; ieri un insetto non meglio identificato lungo circa 4 centimetri di colore marrone stava camminando lungo il petto di Cristina: l’ho cacciato sentendomi un’eroina e mentre mi chiedevo dove fosse finito l’ho visto scendermi giù da una coscia, con orrore pari solo a quello di quando salgo sulla bilancia il 27 dicembre.

Il monsone – per cui lo Stato spende in campagne educative del tipo: La stagione delle pioggia è qui, il traffico sarà un po’ più complicato del solito, quando esci di casa portati un libro – in ogni caso si è portato via i turisti sballoni, ma non la spiaggia. Oggi, dopo essere state a Old Goa, che fu una volta a capitale dell’impero indiano portoghese, grande quando Londra, con sette basiliche immense piantate nel mezzo di una vegetazione da Libro della Jungla (in effetti, Kipling era indiano), siamo partite alla volta del litorale Sud, costeggiando casette coloniali tutte colorate nascoste tra alberi e risaie.

Non pioveva, i bimbi indiani in mutande facevano il bagno nell’acqua ingrigita dal vento e dalla sabbia, i loro fratelli maggiori giocavano a calcio senza mai segnare un gol e al tramonto l’intero villaggio si era riversato sulla battigia, a prendere l’ultimo sole. Un’altra Goa è possibile.

 

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