Chi svende il diritto di manifestare

C’è una cosa che mi colpisce nello spettacolo rattristante di Milano devastata dai soliti teppistelli senza idee né cervello.
Non è il fatto che siano figli di papà, che abbiano il Rolex al polso o che si accodino a slogan (almeno in parte) passatisti, seppur avvolti – gli slogan – da richieste di giusti diritti.
No, quello che mi colpisce è il fatto che nessuna delle associazioni, dei militanti, dei comitati pare rendersi conto che l’omertà (e, dunque, la collusione) nei confronti dei violenti-delinquenti strappa loro l’unica vera arma che da secoli esiste per cambiare le cose: scendere in strada manifestando pacificamente.
Con una lunga marcia pacifica Gandi 80 anni fa iniziò la liberazione dell’India. Martin Luther King guidò i neri alla conquista dei diritti civili marciando prima verso Selma, poi verso il Campidoglio. Persino in Italia le manifestazioni di piazza hanno contribuito a tutelare diritti: basti pensare al divorzio e all’aborto.
Lasciare che i black block si impossessino della scena o, peggio, coprirli, significa rinunciare volontariamente al più potente strumento di cambiamento, l’unico davvero a disposizione di tutti: poveri, ricchi, neri, bianchi e gialli. Significa rinunciare volontariamente alla possibilità di incidere, e svuotare di significato non solo la protesta NoExpo di ieri, ma lo stesso strumento di battaglia.
A volte sono i governi a togliere il diritto di riunirsi e manifestare, il che la dice lunga su quanto sia effettivamente potente. È così ancora oggi in certe parti del mondo, anche industrializzato: la Russia o la Cina, per esempio, e basta pensare al ragazzo con le buste della spesa di fronte al carro armato in piazza Tien An Men per cogliere tutta la travolgente forza del solo stare fermi di fronte alla violenza e ai soprusi.
In Italia, dove il diritto di manifestare non solo esiste ma è garantito, i NoExpo hanno fatto tutto da soli, svendendo la sola arma in loro possesso. Non tutti quelli nel corteo avranno saputo, voluto e capito, ovviamente, ma il silenzio dei comitati, che dura anche oggi,  è significativo. Chissà se si rendono conto di ciò a cui hanno rinunciato, di come abbiano spogliato se stessi di qualsiasi rilevanza, e di come abbiano svilito il ruolo fondamentale dello sfilare pacificamente, a detrimento anche di tutti gli altri. Essere minoranza e incazzata non basta per essere considerati intelligenti: bisogna anche effettivamente usare la testa e, magari, conoscere un po’ la storia.

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Darsena ed Expo, cronistoria fotografica

Da quasi dieci anni vivo sopra la Darsena, a Milano: se mi affaccio alla finestra della stanza vedo tutto il panorama del quartiere, da piazza XXIV Maggio a piazza Cadore.
All’inizio trascorrevo lunghe mezz’ore a guardare fuori dal vetro, anche se quello che fu nel suo momento di splendore il terzo porto per movimentazioni merci del Nord Italia (dopo Genova e Venezia) era già in uno stato di avanzatissimo abbandono.
Ai tempi del mio arrivo in via Vigevano la Darsena era ridotta a uno stagno casuale, formatosi per il residuo delle piogge, nel quale avevano traslocato un certo numero di nutrie e una serie di uccelli tipo anatre – dico tipo perché non è che fosse il laghetto di Central Park, con specie da curare: più facile che si trattasse di qualche piccione transgenico – nascosti tra giunchi ed erbacce. Un inverno vennero a trovarmi amici spagnoli e passarono metà del tempo a raccontare di quanto fosse sorprendente la natura fuori dalla mia finestra: ma si capisce, la bolla economica aveva già fatto esplodere Madrid e il ritorno al pauperismo naturalista sembrava quasi un rifugio obbligato.
In realtà anche così malconcia la Darsena aveva un suo fascino, anche se non tale da oscurare il sollievo quando, a Expo assegnato, annunciarono che l’avrebbero risistemata.
Per i cinque anni successivi ho atteso un segno, chessò, un progetto da guardare, qualche cartellone affisso vicino a casa, magari persino l’inizio dei lavori: nulla di nulla. Di sera gli adolescenti continuavano a lanciare dentro le lattine di birra vuote (quando non rottami di scooter); gli ubriachi si sporgevano fuori dalla balaustra per fare la pipì e quelli che speravano nell’apprezzamento del mercato immobiliare potevano solo continuare a sperare.
Infine, l’anno scorso, meno sedici mesi all’inaugurazione dell’Expo, un pomeriggio è successo tutto: gli operai sono arrivati, hanno bloccato la circolazione del quartiere, circondato tutta l’area di paratie oltre le quali fosse impossibile sbirciare, annunciato che per mesi qualche strada nei pressi sarebbe stata chiusa “causa lavori” e poi se ne sono andati, lasciando in dono le immagini della stupenda Darsena che sarebbe diventata.
Io stavo partendo per il Brasile e per un fugace istante mi sono illusa: «Che fortuna essere via proprio quando devono trivellare e fare casino». Ma 40 giorni dopo, al mio ritorno, non era successo assolutamente nulla.
Ho iniziato ad andare e venire da Milano frequentemente, e ogni volta che rientravo in casa la prima cosa che facevo era guardare in giù, verso la Darsena, per verificare l’avanzamento del cantiere: da sotto, al livello della strada, era impossibile, ma da quassù si poteva capire come andavano le cose. O, meglio, come non andavano le cose.
Così, ho iniziato a scattare foto e a condividerle sui social. La prima è stata questa:

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(per vederle tutte, andate su @geascanca su Twitter o @bellagea su Instagram).

Son passati i mesi e la situazione non è cambiata granché: almeno non apparentemente. Nel frattempo è venuto fuori il pasticciaccio delle infiltrazioni ‘ndranghetiste e anche il cantiere della Darsena è risultato essere inguaiato, finché non lo hanno dovuto commissariare. Tuttavia, almeno a vederlo dall’alto, tra il pre-commissariamento e il post-commissariamento cambiava solo il numero delle piramidi di sassi abbandonate in mezzo allo spiazzo, nonché la posta sulle scommesse sulla possibilità di finire davvero l’opera: ça va sans dire, se fosse stata terminata il fortunato scommettitore avrebbe incassato una fortuna, giacché gli ottimisti non sono mai stati molti.
A tre mesi dall’inaugurazione dell’Expo, ossia il 5 febbraio, a guardare fuori dalla finestra il panorama era il seguente: capirete perché il banco pagasse altissimo la chiusura lavori.

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Poi, però, è successa una cosa strana.
Due sabati fa, il 24 marzo, ero in partenza per la Toscana e, nonostante fossi di pessimo umore, mi sono ricordata di scattare la consueta foto di aggiornamento. Quel giorno, anzi, ne ho fatte due, la seconda da una prospettiva diversa, mentre camminavo verso la macchina.

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Esattamente cinque giorni dopo ero a cena ad Arezzo da un amico che ha seguito il mio cronoreportage sulla Darsena. «Incredibile, ho visto che hanno finito i lavori», ha buttato lì mentre sbocconcellavamo l’insalata. «Macché, figurati», ho risposto scettica, mostrando gli ultimi scatti sul telefono. «Ma allora questa cos’è?», ha chiesto perplesso, aprendo a sua volta la foto qui sotto. L’aveva postata un’amica comune, su Instagram: piena di filtri sì, inusitatamente romantica certo, ma indubitabilmente immortalava quello che centoventi ore prima, minuto più minuto meno, ancora era – e appariva – impossibile da credere.

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Non ho saputo rispondere, se non alzando le spalle e invocando il consueto miracolo italiano. Ma ho fatto fatica a credere alla fine degli lavori finché non sono rientrata a Milano.
Mi sono precipitata alla finestra appena entrata in casa: certo, senza il tramonto, i filtri e i cirri nel cielo il paesaggio era un po’ meno Sturm Und Drang, ma la Darsena era quasi finita. Mancavano i contorni, ma c’era l’acqua ed erano sparite le tonnellate di detriti.

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Mi sono chiesta come avessero fatto, anzi, ne ho anche diffusamente parlato con alcuni amici e scherzando abbiamo buttato lì l’ipotesi che avessero semplicemente aperto i rubinetti, versando l’acqua sopra a tutto il resto (non è andata così, certamente. Spero).
Poi oggi al tigì ho sentito che è stato un intenso week end di giri perlustrativi al cantiere principale dell’Expo: sabato è andato il sindaco Pisapia, che si è detto ottimista sulla possibilità di finire quasi tutti i lavori prima dell’inaugurazione, e ieri è andato Cantone, che invece non si è espresso.
In coda al servizio, il cronista ha spiegato anche che da oggi in poi il sito sarà chiuso ai giornalisti: in questi ultimi 23 giorni nessuno potrà entrare a vedere come procedono i lavori. Per sapere bisognerà aspettare il giorno dell’inaugurazione, il 1 maggio.
Mi è balenato il sospetto che forse l’idea che abbiano semplicemente riempito la Darsena nottetempo, mentre nessuno vedeva, non è poi così bislacca. Magari faranno lo stesso col sito principale: monteranno le cose in modo da coprire quelle non finite. Una specie di cantiere nel cantiere, fuori perfetto, dentro sottosopra. Senza che nessuno controlli e possa segnalarlo.
Ma sicuramente mi sbaglio su tutta la linea.

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Chile Dispacci #4

Appuntamenti e spostamenti, istruzioni per l’uso. 

Per ottenere esatta distanza di percorrenza, moltiplicare per 2 (esempio: se vi dicono 40 minuti, calcolarne circa 80); per gli incontri, aggiungere dai 15 ai 20 minuti;  durata media di un pasto, ore due; orario di imbarco da traslare di 30 minuti più in là. 

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Dispacci Chile #3

La tenuta è in sobbuglio: per il primo anno dalla sua fondazione, quest’anno il Cile non è passato all’ora legale. Solo che metà della popolazione non lo sapeva, e quindi stamane il personale di servizio non si è presentato, le sveglie delle stanze degli ospiti non sono suonate, le escursioni sono saltate. 

Lo trovo fantastico: soltanto in un Paese sudamericano (e hispanico) può succedere. Oye, lo siento, es que no me he enterado. Altro che realismo: questo è il non sufficientemente celebrato sconvoltismo magico.

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Dispacci Chile #2

Sulla strada tra Temuco e Villarica si incontrano più mucche che persone: due autostoppisti, dieci pascoli bruciati dal sole, una guida sudaticcia che cerca riparo dal caldo mentre aspetta che un pullman di turisti arrivi a caricarlo. Casette di legno sovrastate da gigantografie scolorite che pubblicizzano la prossima fiera del bestiame costeggiano la strada, e potrebbe sembrare il Texas se non fosse per il prezzo indicato sui cartelloni Se Viende che fanno capolino qui e là: ci vogliono 2 milioni e mezzo di pesos – circa 3.700 euro – per diventare felici proprietari di un rettangolo col tetto rosso, con cavallo nel recinto che brulica sterpaglie. 

La pampa si dirada man mano che si sale verso il Villarica, il vulcano che gli indios mapuche chiama(va)no Rucapillan, casa degli spiriti. Gli spiriti si son fatto vivi la settimana scorsa: un’eruzione spettacolare ha lasciato il cratere nudo, le colate di lava si sono mangiate il bianco e ora resta un pennacchio di fumo che segna l’orizzonte.

Abbiamo impiegato circa un’ora e mezza per arrivare alla hacienda, una specie di paradiso che costeggia un fiume trasparente, punteggiato di tinozze di legno piene d’ acqua, riscaldate col fuoco, vicino alle quali sonnecchia Obama, il cagnolone della tenuta. Nel pomeriggio, mentre gli altri si lanciavano giù per il fiume con un gommone, ci siamo infilati dentro una tinozza rovente, guardando con ammirazione degli americani (texani, non a caso) che si tuffavano nel rio e poi dentro la vasca fumante. 

Oggi vorrei provarci anche io, se solo riuscissi a smaltire quei due chili di asado e vino rosso gentilmente offerti ieri sera dai nostri ospiti in un barbecue in riva al fiume. E meno male che prima di partire il medico si era raccomandato che non affaticassi il fegato. 

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Chile dispacci #1

Poi ci sono quelle canzoni che non le puoi ricacciare indietro, si fanno largo a gomitate lungo lo stomaco, e ti lasciano così, sospesa nel groviglio. 

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Patagonia Dispacci #7 e 1/2

Da quattro giorni non ho accesso a Internet o al telefono. Vivere senza wifi si può (almeno per un po’).

(Sì, questo diarietto è scritto offline e andrà sul web tutto insieme)

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Patagonia Dispacci #8

E insomma, ero stata buona e seria per tutta la navigazione, finché ieri sera ho deciso di salire al bar dei gringo a salutare i miei amici canadesi. Li ho trovati in un tavolino centrale, lui col suo cappello da marinaio in testa e un bloody mary in mano, lei in prossimità del bancone del bar a reclamare una ciotola di noccioline. 

May I join?, Posso sedermi, ho chiesto, e non avevo ancora scandito l’ultima sillaba che lei gridava al barista, Un pisco sour, por nuestra amiga. Mentre io finivo il primo – g i u r o – lui ha bevuto due bloody mary e mezzo e lei tre flûte di bollicine, con il tono della voce che si alzava sempre più, fino a coprire qualsiasi suono circostante. Snocciolavano racconti di una vita che gli ho invidiato – o, meglio, ho invidiato l’essere arrivati alla loro età e con le loro vicissitudini in quella forma.  Per punti salienti: lei pubblicitaria, senza genitori, abbandonata dal compagno non appena nato loro figlio, licenziata all’età di 40 anni perché troppo vecchia per un mondo di giovani rampanti, nonché dotata di prole in età da scuola elementare, viaggiatrice in Europa col figlioletto appresso, reinventatasi freelance, infine accasata con lui 13 anni or sono, all’incirca 50enne. Lui ingegnere, un divorzio e una vedovanza alle spalle, un problema serio di deambulazione,  tre figli da accudire, pensionato a 50 anni perché non più del tutto abile al lavoro (ma ricoperto di soldi per uscire), infine felicemente nuovamente marito quand’era già vicino ai 60.

Alla fine delle loro storie, un’ora dopo – rigiuro – lui s’era fatto cinque bloody mary e io tre pisco sour, avevo ovviamente collezionato un invito ad andarli a trovare e lei mi aveva ripetutamente proposto in sposa al loro figlio maggiore (figlio di lui, in realtà, pompiere 40enne danaroso, hanno specificato). Ho promesso che ci avrei pensato e mi sono congedata, prima di svenire a causa dell’alcol prima di cena: mai avrei potuto stare al loro ritmi. 

Stamane, mentre andavo a far colazione, sento qualcuno che mi strattona la manica. Era lei. Mi ha indicato il suo telefono: aveva scaricato apposta dal computer alcune foto del mio promesso sposo. Le ho detto che era bello, per non deluderla: e in effetti è carino. Ho anche promesso che a fine giugno vado a trovarli per il festival jazz di Montreal. Penso che sarebbe una delle cose più divertenti del mondo, ma prima devo fare una cura disintossicante: se tanto mi dà tanto, una settimana con loro potrebbe compromettere il mio fegato per sempre. 

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Patagonia Dispacci #7

Conversazioni standard degli americani a bordo, tra un Martini cocktail e l’altro (dice il barista Leandro che i gringo li riconosci perché bevono solo Martini e Bloody Mary, azzannando Pringles come se fosse appena finita la guerra e avessero anni di carestie da recuperare). 

– What was the name of the place we were today?

– Neta

– Nittta?

– No, sir, Neta

– Meet ya?

– No, sir, it’s spanish: Neta

– Dee tha? Whatever. What time is lunch served?

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Patagonia Dispacci #6

E certo che una nave da crociera – per quanto piccola ed ecosostenibile e impegnata nella navigazione più avventurosa immaginabile per un mammut di acciaio da migliaia di tonnellate – non è troppo diversa da una caserma di maschi disperati: ho fatto l’errore di entrare una volta nella stanza di comando e di mettermi a chiacchierare con qualche sottufficiale e ora praticamente mi inseguono nei corridoi. Ogni volta ne spunta fuori uno nuovo che si sente in dovere di consigliarmi cosa mangiare o invitarmi a vedere qualcosa o di raccontarmi la storia dello Stretto di Magellano dal 1520 in poi, con ampie digressioni sul ruolo della propria famiglia di avventurieri nell’attuale configurazione della regione. Ieri il capitano in persona – una specie di Tom Cruise dei poveri immobile davanti al timone con le gambe larghe, i Ray Ban e un giacchetto di pelle nera che gli arriva appena in vita – mi ha mostrato come si fa il migliore caffè del mondo, direttamente sul ponte di comando. Ovviamente faceva schifo, ma a dirglielo rischiavo di  rovinare il gene del machismo che a queste latitudini (e alle nostre) da duemila anni fa andare avanti il mondo.

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