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Dispacci, India – Madurai #11

C’è gente in giro che chiede se è vera la leggenda per cui il couchsurfing serva a trovare qualcuno con cui andare a letto; esistono persino articoli di giornale un po’ sciocchi che ne parlano. 

È evidente che chi li ha scritti non ha mai fatto couchsurfing: altrimenti saprebbe che la prima cosa che si fa in un altro continente, dopo aver incontrato la propria amica-couch, è chiedere il contatto del miglior medico ayurvedico in città, per trovarsi qualche ora dopo seduti in attesa del proprio turno per un massaggio terapeutico in uno studio che non ha mai visto un interior design e nemmeno l’Ikea (forse neppure straccio e spazzolone, ma il caos polveroso e marcescente delle strade indiane finisce col rendere sfumati i contorni delle cose: è difficile dire quando un posto è semplicemente realmente sporco o quando è sommariamente pulito ma segnato dal tempo, dal numero di persone che ci sono passate, dalle cianfrusaglie che lo adornano, dalle divise lise e dai piedi consumati di chi si trova al suo interno).

 Il messaggio ayurvedico, dicono quelli che se ne intendono, ai quali non appartengo, è una specie di cura ominicomprensiva, che se praticata con la giusta frequenza può rimettere in sesto quasi tutto. Non provarlo sarebbe da fessi.

Non so, e nessuno mi ha detto, se in altri posti del mondo o anche solo dell’India le massaggiatrici ti facciano stendere su qualcosa di più confortevole del siluro convesso di legno massiccio sul quale invece hanno spiaggiato me, mentre mi ricoprono di olio da un colino (lo stesso che in Italia si usa per le ceretta: per un secondo ho temuto stessero per spiumarmi viva) a partire dai capelli fino alla punta dell’alluce.

Ma dopo poco ho la consistenza di una foca, e quando iniziano a farmi girare da un lato all’altro del corpo scivolo via dal siluro convesso, picchiando in tutti i lati e scatenando nelle due risate che si fanno progressivamente più intense e non nascondibili. Per completare le confessioni dell’occidentale vorrei-essere-migliore-di-come-sono, una delle due ragazzine è devastata dal raffreddore e mi strofina vigorosamente l’olio con le stesse mani con cui ogni quaranta secondi si tocca sotto al naso per pulirsi il moccolo, e son costretta a distogliere lo sguardo dopo aver chiesto vanamente tre o quattro volte You sick?

Quando ormai mi si potrebbe strizzare ottenendone brandelli di pelle e lardo di balena, le massaggiatrici mi sollevano in posizione eretta sul siluro convesso, a mo’ di soprammobile basculante col fondo rotondo pieno di sabbia, e annunciano che è il momento del bagno di vapore. Mi accingo dunque a camminare verso una stanzetta a mo’ di bagno turco, magari spartana ma rilassante. Invece mi infilano a forza dentro una scatola di legno, con un buco per far uscire la testa. La situazione è simile a quella del gioco di prestigio in cui il mago ti blinda dentro una scatola e sega a metà: solo che nel mio caso il parallelepipedo di legno è riscaldato da non so che, dentro la temperatura è di sessanta gradi almeno, ed essendo io bassa a stento riesco a far emergere tutto il collo dal cubo infernale. Quando la signorina con il raffreddore chiude l’ultima asse della cassa mi prende qualcosa di simile a un attacco di panico, e medito di dare un calcio alla scatola e uscire: loro mi guardano come fossi un animale strano, chiedono conferma del mio stato in lingua Tamil, rispondo in italiano: se parlassi inglese il risultato sarebbe uguale. 

A gesti, una delle due mi spiega che devo stare dentro circa 10 minuti, e fa per abbandonare la stanza: la fermo con un suono gutturale, ché nemmeno quando a sette anni credevo nelle fiamme dell’inferno, con tutta la potenza immaginifica dell’infanzia, riuscivo a concepire una situazione peggiore. 

Dopo tre minuti, sto sudando ruscelli in piena: li sento staccarsi da un determinato punto del corpo, come se fosse la montagna, e percorrere la pelle a mo’ di valle sotto al Gran Canyon, per poi gocciolarmi sui piedi (la scatola sarà larga 60 per 70 per 100 centimetri, o giù di lì), già fradici. Al quinto minuto, i ruscelli iniziano a staccarsi anche dalla fronte, mi finiscono sugli occhi, appannano la vista già provata dal vapore: vorrei pulirmi la faccia ma ho le braccia incastrate nella scatola infernale, inizio a soffiare manifestando un disagio che la massaggiatrice in nessun modo è disposta ad alleviare. Ancora cinque minuti, mi fa capire, e sta diventando una prova di carattere, più che di forza. Al settimo minuto, i ruscelli sono diventati fiumi, con la portata del Tamigi: faccio in tempo a pensare che sto per morire disidratata, o che almeno sverrò a breve, prima di supplicare la ragazza col raffreddore di tirarmi fuori, Stop!, stop!!, stop!!!

Una volta liberata, ho il diritto di fare la doccia per riprendermi: mi indicano una stanza piena di secchi d’acqua, che mi verso addosso generosamente. Nel frattempo, la mia biancheria è fradicia e inservibile: devono essersi dimenticati di darmi quella di carta. O forse non esiste. 

Mi invitano a rivestirmi, come se tutto fosse a posto: ho la pressione così bassa che impiego circa 10 minuti, mentre uno specchio arrugginito e appannato mi rimanda il volto di una tipa sconvolta, i cui capelli sarebbero biondi se non fossero arruffati in un unico dread, con borse sotto agli occhi che toccano il mento.

Tutto bene il massaggio?, mi chiederà con entusiasmo la couchsurfer ore dopo. 

Oh yeah!

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Dispacci, India – Auroville #8

Il signore che ci avrebbe ospitato aveva precisato: “La casa è low profile”, e mentre il tuc tuc ci portava ad Auroville avevo quasi paura di capire cosa low profile potesse significare per un indiano. Ma avevo sottovalutato almeno due cose: cos’è Auroville, e chi ci costruisce una casa dentro.
Auroville è “una città utopica, senza moneta, fondata su ideali di uguaglianza e sugli insegnamenti spirituali di Sri Aurobindo”, per sintetizzare tonnellate di scritti e documenti più o meno ufficiali. Fondata nel 1968 da un gruppo di seguaci del guru non distante da Pondicherry, l’enclave francese dove Aurobindo (uomo politico e d’azione prima di diventare guida spirituale) si era rifugiato negli anni della lotta agli inglesi, la città utopica ha avuto da subito ambizioni e cardini così rilevanti da essere l’orgoglio del governo centrale, che la sovvenziona generosamente. Cinquant’anni fa i pionieri presero una collina in cui non c’era nulla e fecero crescere una foresta imponente, nella quale nel corso dei decenni hanno costruito le proprie abitazioni e ogni altra attività: dalla mensa alimentata a pannelli solari in cui gli aurovilliani si ritrovano e mangiano gratuitamente, a scuole, laboratori, campetti sportivi, teatri e negozietti. Fulcro del tutto è il Matrimandir, la palla dorata dentro (e intorno) alla quale ci si riunisce a meditare. Il denaro, teoricamente, è proibito: tutto quello che si produce (e si vende) dentro ad Auroville serve a finanziare la comunità, che distribuisce a ogni membro una specie di paga mensile.
Non serve l’anniversario della summer of love per capire che il progetto negli anni ha attirato persone da tutto il mondo (pare che i massaggiatori non li prendano nemmeno più, tanti ne sono arrivati), e che le cose nei fatti sono un po’ più complicate di così: ma per scriverne bisognerebbe aver chiesto un permesso speciale al capo delle relazioni con il pubblico degli aurovilliani, e se un po’ suona come la burocrazia della Casa Bianca qualche ragione c’è.
In ogni caso, i confini della città sono sfumati: non c’è un perimetro esatto di cosa sia Auroville e, a rilento, nuove costruzioni continuano a nascere per nuovi cittadini (che pagano per la casa che avranno, e poi la lasceranno alla città). Nel frattempo, sulla collina circostante è sorto un po’ di tutto: decine di guest house, un hotel di lusso, gelaterie e pizzerie, ristorantini, negozietti, centri di yoga, massaggi, medicina ayurvedica e via discorrendo, tutti affollati di visitatori ma frequentati anche dagli aurovilliani (che pagano cash, ma a cifre scontate: i soldi in realtà si usano).
Stando alle scarse indicazioni ricevute, casa nostra doveva essere all’inizio della collina, prima che il via vai di vecchie moto, ape car, autobus, macchine, animali randagi, fricchettoni, imprenditori in cerca di affari e viaggiatori in cerca di spirito, diventi frenetico.
E non solo, incredibilmente, l’abbiamo trovata al primo colpo, ma quando il cancello si è aperto ci siamo trovate dentro l’insperabile: un salone enorme arredato con un gusto minimal chic e materiali naturali, una piscina interna (definita molto liricamente “Il luogo delle conversazioni in acqua”, ma l’acqua ancora non c’è), una vasca per pesci rossi – anche lei ancora vuota – che ai pesci rossi apparirà grande quanto l’oceano indiano, svariate camere di ottimo gusto con bagno privato, una sala meditazione, una sala cinema (senza cinema) e una grande cucina, regno del custode nepalese, alloggiato con la moglie in una depandance esterna.
Era tutto così bello che mi ha preso, nei primi minuti, qualcosa di simile all’euforia per la situazione non del tutto comune in India: casa grande, pulita, dove lavare i propri vestiti senza temere malattie infettive, in posto interessante, con altri invitati francesi e ospite poliglotta e acculturato e molto gentile.
Così, dopo un lauto pasto, abbiamo pensato di fare un giro nei dintorni con lo scooter affittatoci dal nepalese: modello Heavy Duty, cilindrata 50, a miscela, ruote del diametro di 30 centimetri, non esattamente perfette per la Dakar tra gli sterrati di argilla e sassi delle stradine interne di Auroville, ma comunque parecchio affidabile.
Almeno finché non ha effettivamente iniziato a piovere, gli sterrati son diventati pantani e, soprattutto, l’intero impianto elettrico di Auroville è saltato irrimediabilmente, lasciando non solo tutti al buio, ma soprattutto senza ventilatori, con temperature registrate intorno ai 40 gradi.
La prima notte l’abbiamo trascorsa in un sudario: con le finestre aperte, la pioggia ti finiva in testa; con le finestre chiuse, si arrivava facilmente a quel torpore dei sensi registrato intorno ai sessanta gradi.
L’indomani, quando nonostante la notte insonne mi sentivo già di dominare l’heavy duty abbastanza per avventurarci nel delirio del traffico indiano, abbiamo riparato prima a Pondicherry e poi, per cena, nel posto consigliato dai francesi: hotel di lusso, con generatore elettrico e persino debole connessione internet. Peccato che tra le dotazioni dell’heavy duty non ci fossero i fari, ed è toccato guidare giù per i tornanti con le luci frontali di decathlon in testa, quelle cioè che fanno a stento abbastanza luce per leggere un libro in campeggio.
Il terzo giorno l’abbiamo passato cercando invano un angolo di spiaggia decente in cui fare un bagno, ma tra trattori sulla spiaggia per rimettere le barche in secca e sporcizia accumulata abbiamo finito col rinunciare, trascorrendo la giornata con gli aurovilliani. La mattina seguente avremmo dovuto alzarci alle 4.30 per la meditazione collettiva di fronte al Mandrimal, momento cardine della collettività.
La corrente, nel frattempo, era tornata e riandata via: in casa non c’era una candela, il tasso di umidità faceva crescere il muschio sui muri, non si poteva cucinare alcunché e la roba in frigo era comunque probabilmente marcia e nemmeno tutta la spiritualità di Aurobindo poteva placare la nevrastenia degli occidentali riscopertisi adoratori del petrolio e della sua capacità maieutica in termini di luminosità e comfort.
Per pareggiare le imprecazioni del terzo giorno, abbiamo dovuto in effetti alzarvi alle 4.30 per andare a meditare: esperienza toccante.
Subito dopo, però, un autista appositamente reclutato ci attendeva per portarci in un albergo fronte mare un po’ più a Sud: per tenere la via, serve energia. Anche elettrica, ho scoperto.

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Dispacci, India – Tiruvannamalai # 5

Sono entrata nel bagno dell’ashram a piedi nudi, ho paura d’aver preso il colera.
Tranquilla, il colera mica lo prendi coi piedi.

[rassicurazioni, capitolo 1]

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Dispacci, India – Tiruvannamalai #7

Atto primo

Mi son svegliata e l’occhio mi faceva male, più male della sera precedente. Ma ci ho messo un po’ a realizzarlo, perché nel frattempo mi faceva male anche un sacco di altra roba: la schiena, avendo dormito su un asse di legno con sopra un materasso spesso quattro centimetri; la gola, nonostante, incurante del ridicolo, mi fossi avvolta una sciarpa intorno al collo per averla vinta contro il bocchettone dell’aria condizionata posizionato a 30 centrimetri dal letto; le narici, perché a metà della notte di Chennai (come oggi si chiama Madras) dalle finestre aperte ha iniziato a salire quell’olezzo di discarica così frequente in India, mescolato a diesel non raffinato euro 1 e a frittura d’uova; l’apparato gastrointestinale, interessato da reazioni chimiche paragonabili alla fissione del nucleo grazie alla cena a base di chappati in salsa di fagioli gentilmente offerta dalla nostra ospite.
Tra una constatazione di indolenzimento e l’altra, ha fatto in tempo anche a salirmi la paranoia delle possibili pulci dentro alla coperta in cui avevo dovuto rifugiarmi a metà notte, sempre per via del famoso bocchettone del condizionatore (un’altra botta di animali pruriginosi e Cirri mi avrebbe preso per i fondelli pubblicamente per l’eternità, oltretutto).
Alla fine, insomma, e solo dopo aver declinato una generosa dose di riso piccante e spezie alle 8 della mattina, ho capito che la cosa peggiore era l’occhio, gonfio come una pallina da ping pong. Un orzaiolo, con ogni probabilità. “Mancanza di igiene”, ho letto su Internet tra le possibili cause: eppure, seppur in bagni indiani, appena trovo dell’acqua mi ci butto sotto.
Quando tre giorni dopo ho visto le scimmie giocare e sfregarsi col bucato appena fatto, asciugamani inclusi, tutto è parso più ovvio.

Atto secondo

Abbiamo comprato banane e biscotti e siamo salite su un autobus per Tiruvannamalai, città della montagna sacra, di ashram, di pellegrini, di spiritualità diffusa e permeante.
Fuori da Chennai, superate le discariche a cielo aperto e l’umanità abbandonata alla polvere e ai rifiuti, il paesaggio rigoglioso, puntellato di palme, mucche e scolaretti vestiti a tinte pastello, ispirava una quiete insolita per questa parte di mondo. L’autista del bus, ferraglia arrugginita vecchia probabilmente 40 anni e milioni di persone affondate nei sedili rotti, si è impegnato a spezzarla ogni 25 secondi circa, suonando il clacson con una violenza tale che ho dovuto mettere i tappi per le orecchie: anche così ne sono uscita frastornata, rimbambita dal rumore, dal caldo micidiale e dalla polvere sollevata dal carrozzone.

Atto terzo

Al terzo giorno l’occhio ha iniziato a farmi seriamente male, e né l’ascensione alle sei della mattina alla montagna sacra né l’energia ipnotica delle preghiere in uno degli ashram più noti d’India sono bastati a farmene dimenticare.
Chiaramente, il mio orzaiolo era poca cosa rispetto alla vastità delle situazioni di Tiruvannamalai: su Pradakshina road, la strada che cinge la montagna per 14 chilometri (e che andrebbe percorsa da ogni pellegrino) i saddhu vestiti d’arancione siedono tramortiti dal caldo, forse dalla fame, probabilmente dal divino, possibilmente qualcuno dall’oppio; gli occidentali girano vestiti di bianco inamidato, entrano ed escono dagli ashram e dai supermercatini che paiono assemblati apposta per loro, con le farfalle DeCecco e le spezie già pronte in busta; l’elefante ammaestrato è costretto a impersonare Ganesh e a benedire i fedeli con un buffetto della proboscide, previo incameramento nella stessa di qualche moneta di buon auspicio; le scimmie saltano fuori da ogni tettoia, pronte a rubare ogni cosa incustodita; le capre schiattano sotto al sole bollente legate su piastre di cemento da proprietari non esattamente sensibili al benessere di animali che non siano vacche; e al ristorante più frequentato del villaggio un italiano narra distrattamente di cobra soliti attraversare le stradine nei pressi (“No, è un po’ che non si vedono in giro, stanno nella boscaglia perché qui c’è troppo caldo”, risposta dei locali).

Il mio orzaiolo, però, faceva male ugualmente, a dispetto di mondi molto più complessi di me. E iniziavo a pensare che forse non fosse solo un orzaiolo.
Dopo aver valutato la soluzione ayurvedica fai da te, e aver scartato l’ipotesi di una farmacia locale, Cristina ha intuito che la soluzione migliore fosse il medico dell’ashram: chi meglio di colui attorno al quale ruota una comunità con centinaia di persone e relativi disagi?
Ci siamo messe alla ricerca del dispensario, sfinite dalle indicazioni degli indiani: un cenno del capo dall’alto verso il basso può voler dire destra, sinistra, vai dritto o non lo so, ma se anche fosse così non sarei intenzionato a fartelo sapere. Abbiamo girato a vuoto, chiesto a un americano, superato una casupola sormontata da un cartello e infine, scalze come d’obbligo, siamo entrate nel dispensario.
L’infermiera indiana scalza e in sari mi ha fatto scrivere su un foglio nome ed età, poi le ha riportate su un foglio a macchina: Gea, femmina, 37.
Poi mi ha fatto sedere in attesa del medico, che è arrivato quasi subito e del santone aveva poco e niente: alto, semplice, spiccio come il medico condotto d’un villaggio di gente che può veramente avere bisogno, m’ha guardato un nanosecondo e prescritto due farmaci, scrivendoli sul foglietto diligentemente compilato dall’infermiera.
Stavo ringraziando sentitamente chiedendo quale fosse la farmacia, quando ha tirato fuori due confezioncine di cartone spiegando che qui non si compra ma si distribuisce a chi ha bisogno.
E avrei potuto blaterare che il mio percorso spirituale è parecchio indietro, quindi più che gli antibiotici per occhi mi serve un distillato d’asharam, ma come al solito l’occhio mi faceva abbastanza male da condurmi velocemente al sodo: namasté namasté, e ora mettiamoci le gocce.
Più facile a dirsi che a farsi: la medicina cruciale deve essere stata confezionata da crudelissimi ingegneri brutalisti della DDR, e al posto del contagocce sinuosi di cui è provvisto qualsiasi collirio ha una specie di beccuccio rigido tipo caffettiera impossibile da utilizzare. Dopo svariati tentativi, e dopo che l’infermiera in sari ci aveva dimostrato con uno sforzo sovraumano che in fin dei conti non era poi così difficile far scendere le gocce, Cristina e io abbiamo optato per l’unica soluzione possibile: tagliare il dannato beccuccio.
Da allora, le gocce scendono quasi copiose. L’orzaiolo o quello che è, invece, non se n’è ancora andato.

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Dispacci, India – Chennai #6

Prima avevo un negozio, ma non c’era abbastanza lavoro. Qui se guadagni meno di 150 mila rupie la tua aliquota è del 10%. Ma se ne guadagni di più è del 25%. L’Iva è al 28%. Se metti 100 rupie in banca, in tre transazioni non c’è più niente. La situazione è tremenda.

Ma il primo ministro Modi cosa sta facendo?

È un bugiardo. È un illitterato. Un uomo di campagna che ha costruito una carriera coi soldi. Ma gli indiani sono troppo innocenti: si vendono per 400 rupie.

[lezione di vita da un tassista, al quale dai 3,70 euro per un’ora di corsa e mezza (sua) di attesa, e tutti dicono che l’hai pagato carissimo]

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Dispacci, India – Chennai #4

In tutti i Paesi asiatici il clacson è usato con una certa libertà: più che un segno di avvertimento, un’allerta permanente. Il che, peraltro, rispecchia la natura del traffico.

In India tuttavia è qualcosa di più, quasi un segno di mascolinità: più suoni, più sei uomo.

Ed è così che oggi l’autista del bus Chennai-Tiruvannamalai, sul quale incautamente ci siamo sedute in prima fila, mi ha totalmente stordito: e non basta che abbia messo prima gli auricolari e poi addirittura i tappi per le orecchie, sono arrivata a destinazione frastornata come mai mi era successo per il rumore, con quel senso di nevrastenia da il prossimo che dice una sillaba lo meno che deve essere proprio la spiritualità che tutti vengono cercando quaggiù.

(Il prossimo, per la cronaca, era l’autista di un tuc tuc che dopo tre minuti di contrattazione serrata sul prezzo mi ha accolto dandomi una gomitata nell’occhio con l’orzaiolo, ma la divinità hindù deve averlo protetto dalla mia possibile reazione).

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Dispacci, India – Chennai #3

Sto faticando a fare foto.

Normalmente rischio l’effetto giapponese, qui invece ho un blocco. Scatto immagini, le riguardo e mi pare che non restituiscano nulla: non la sporcizia sedimentata in stratificazioni geologiche, non l’accozzaglia di oggetti, cemento, fiori freschi, fiori calpestati e incenso ai margini della strada, non le facce impastate di sudore, polvere e vita, non le mucche sdraiate in mezzo alla strada e centinaia di scooter, tuc tuc e auto incastrate intorno, non la gente buttata per terra a dormire e non – soprattutto – l’ordinarietà della scena, l’assoluta normalità, in cui l’unico vero elemento distonico sei tu con il tuo trolley colorato e gli occhiali da sole e i capelli biondi.

 

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Dispacci, India – Goa #2

La classe media indiana esiste, e consuma smartphone e selfie stick (nonché, sospetto, soft porno in quantità).

Coi primi ci fa foto ovunque: si fa e ti fa. Hanno più foto di me in spiaggia gli indiani che tutta la mia famiglia, inclusi i parenti di secondo grando. Nel soft porno, infatti, alla fine ci sei dentro tu: cos’altro ci faranno mai con quei duecento selfie che ti hanno chiesto di fare in quanto strano soggetto esotico?

 

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Dispacci, India – Goa #1

Dicono che a Goa ci vadano solo gli europei, qualche russo, un po’ di israeliani a mandare giù Mdma per dimenticarsi gli orrori della militarizzazione continua. Noi, però, ci abbiamo trovato praticamente solo indiani: quelli ricchi, turisti del weekend, che scappano dalle città e si intingono in questa giungla umida affacciata sul mare per bere birre e farsi selfie di coppia, etero e gay, senza divieti o timori. Di Mdma neppure l’ombra, ma non l’abbiamo cercato: che in giro ne esistano cascate è certo. 

Dire Goa, comunque, non ha molto senso: il nome è quello dello Stato, una striscia lussureggiante e vagamente amazzonica. Sarà il passato coloniale portoghese, con le case colorate e le chiese maestose in mezzo alla foresta, ma a Panjim oggi mi pareva di essere tornata in Brasile.  C’è pure un quartiere che si chiama Altinho, che un po’ sa di Pelurinho (Brasile) e un po’ di Trinidad (Cuba), ma col triplo degli insetti e l’acqua di scolo che si impasta con il terriccio, le foglie e la polvere formando un’argilla rossiccia che ti si attacca ai piedi e alle gambe a mo’ di henné permanente. 

Poi c’è l’acqua quella dei monsoni, ogni qualche ora: il cielo passa dalla tonalità grigio chiaro pm10 a quella grigio scuro nubifragio in quattro minuti, un venticello si alza a illuderti con temporanee promesse di refrigerio e poi il cielo scarica 15, 20, 60 minuti d’acqua per cui non si scompone nessuno, e ormai nemmeno più noi.

Sui motorini gli indiani si compattano ancor più: quello che sta in mezzo – il numero medio per scooter è tre persone – tira fuori l’ombrello e copre sommariamente gli altri, quello che guida ripone il cellulare in tasca all’asciutto (normalmente ce l’ha in mano), il terzo si guarda intorno come se nulla fosse.  Al termine dello scroscio il tasso di umidità passa dal consueto 80 al 160% e gli animali emergono dal sottosuolo; ieri un insetto non meglio identificato lungo circa 4 centimetri di colore marrone stava camminando lungo il petto di Cristina: l’ho cacciato sentendomi un’eroina e mentre mi chiedevo dove fosse finito l’ho visto scendermi giù da una coscia, con orrore pari solo a quello di quando salgo sulla bilancia il 27 dicembre.

Il monsone – per cui lo Stato spende in campagne educative del tipo: La stagione delle pioggia è qui, il traffico sarà un po’ più complicato del solito, quando esci di casa portati un libro – in ogni caso si è portato via i turisti sballoni, ma non la spiaggia. Oggi, dopo essere state a Old Goa, che fu una volta a capitale dell’impero indiano portoghese, grande quando Londra, con sette basiliche immense piantate nel mezzo di una vegetazione da Libro della Jungla (in effetti, Kipling era indiano), siamo partite alla volta del litorale Sud, costeggiando casette coloniali tutte colorate nascoste tra alberi e risaie.

Non pioveva, i bimbi indiani in mutande facevano il bagno nell’acqua ingrigita dal vento e dalla sabbia, i loro fratelli maggiori giocavano a calcio senza mai segnare un gol e al tramonto l’intero villaggio si era riversato sulla battigia, a prendere l’ultimo sole. Un’altra Goa è possibile.

 

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Dispacci Chile #2

Sulla strada tra Temuco e Villarica si incontrano più mucche che persone: due autostoppisti, dieci pascoli bruciati dal sole, una guida sudaticcia che cerca riparo dal caldo mentre aspetta che un pullman di turisti arrivi a caricarlo. Casette di legno sovrastate da gigantografie scolorite che pubblicizzano la prossima fiera del bestiame costeggiano la strada, e potrebbe sembrare il Texas se non fosse per il prezzo indicato sui cartelloni Se Viende che fanno capolino qui e là: ci vogliono 2 milioni e mezzo di pesos – circa 3.700 euro – per diventare felici proprietari di un rettangolo col tetto rosso, con cavallo nel recinto che brulica sterpaglie. 

La pampa si dirada man mano che si sale verso il Villarica, il vulcano che gli indios mapuche chiama(va)no Rucapillan, casa degli spiriti. Gli spiriti si son fatto vivi la settimana scorsa: un’eruzione spettacolare ha lasciato il cratere nudo, le colate di lava si sono mangiate il bianco e ora resta un pennacchio di fumo che segna l’orizzonte.

Abbiamo impiegato circa un’ora e mezza per arrivare alla hacienda, una specie di paradiso che costeggia un fiume trasparente, punteggiato di tinozze di legno piene d’ acqua, riscaldate col fuoco, vicino alle quali sonnecchia Obama, il cagnolone della tenuta. Nel pomeriggio, mentre gli altri si lanciavano giù per il fiume con un gommone, ci siamo infilati dentro una tinozza rovente, guardando con ammirazione degli americani (texani, non a caso) che si tuffavano nel rio e poi dentro la vasca fumante. 

Oggi vorrei provarci anche io, se solo riuscissi a smaltire quei due chili di asado e vino rosso gentilmente offerti ieri sera dai nostri ospiti in un barbecue in riva al fiume. E meno male che prima di partire il medico si era raccomandato che non affaticassi il fegato. 

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