Archive for category musica

Simpathy for the Devil

Qualcuno avrà scritto che per loro il tempo si è fermato e che il patto col diavolo l’hanno fatto sul serio: balle. Sono vecchi e si vede. Ma non importa, in fondo: gli Stones sono comunque uno spettacolo fantastico.
Anche se il vecchio Keif si è sbriciolato e oggi paga il conto (comunque poco, considerato quello che ha consumato). Anche se a vedere Mick Jagger ci si chiede se non sa fare altro che quel Mick o se sfrutti il suo stesso marchio: se lo è o lo fa, insomma. Probabilmente un po’ di entrambe, ma il risultato abbastanza incredibile è che il suo dimenarsi sul palco con le chiappe strette, le rughe marcate e i pettorali alti è ancora perfetto.
Poi c’è il rituale collettivo, quel momento di catarsi tipica dei super concerti, la calca, il sudore, la schiena rotta, la gente accatastata in ogni angolo, i fiumi di birra con la vescica che esplode, le facce tirate fuori da un quadro espressionista, i giovani e i vecchi, quelli che a Jumpin’ Jack Flash sono già finiti e non riescono nemmeno a tirare su la testa verso il palco e quelli che alla fine cantano ancora per due ore, soli e sbronzi nella notte; insomma, le ore dilatate in cui 70 mila persone tutte diverse sono ognuna lì per un motivo da celebrare con 69.999 sconosciuti, e a tutti va bene così.
E poi ovvio c’è il Circo Massimo con gli Stones dentro: la storia dell’umanità e quella del 900, l’incrocio che gronda istanti, un condensato di malinconia anche, ché a pensarci bene nella porzione di mondo che conosciamo noi pare che sia già stato fatto tutto, e un’altra storia di musica ed evoluzioni sociali così non capita più.
E quando tutto finisce resta Roma: quella Roma che ci invidiano tutti, la Roma caput mundi, del Colosseo, dei Fori Imperiali, di Piazza Venezia, dell’Altare della Patria, dell’Università di Roma, quella Roma sempre con il sole estate e inverno, quella Roma che è meglio di Milano (copyright Remo Remotti).
Sono arrivata a Milano 18 ore dopo e piove un mondo triste. Sarà un caso, eh.

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Rio/Dispacci #11

Subtitle: Dov’è il Grande Gatsby?

Per non finire incasellati nello stereotipo “giornalisti europei che passano le loro giornate in favela”, rischio peraltro abbastanza recondito, ieri abbiamo accettato l’invito a un pool party ; meglio a una festa in piscina in magione coloniale circondata da foresta semi tropicale di proprietà di francesi – che l’avranno comprata per noccioline dieci anni fa – a due passi da casa nostra (due passi che ho percorso scalza, tanto per precisare).
Orario di inizio della festa fissato alle 14, ci siamo presentati alle 17: gli unici vestiti bene – anzi: vestiti tout court – dell’intero party. Ed è stato chiaro che non era il solito pacco quando hanno chiuso gli accessi dietro di noi, lasciando fuori stormi di americani calamitati dal loro habitat naturale: donne (ma anche uomini) con un filo tra le chiappe, petti depilati, ciambelloni di gomma in acqua, lattine di birre a bordo piscina. In altre parole: un video di 50 cents nel cuore di Rio.

Ci siamo avvicinati al bancone del bar senza indugi: Prendiamo due cahipirinha? No, facciamo subito quattro, dai. Perché lesinare, in effetti.
Poi in realtà ci è voluta mezz’ora solo per avere le prime due, che si è pur sempre a Rio, e il banchetto del bar era organizzato con sette persone: due a fare i cocktail, due a prendere gli ordini, tre a fare niente. In compenso la cahipirinha non era inserita tra i cocktail bensì tra le bebida insieme con la coca cola e il guaranà: una specie di dissetante naturale, insomma, come fosse acqua.
Alle 18.33, due bicchieroni di cachaca e lime dopo, ho estratto il telefono dal borsa convinta che fosse mezzanotte: ho guardato Gabri incredula, mentre ogni tipo di cicaleccio usciva dalla piscina e orde di ventenni limonavano durissimo in geometrie variabili (uomo-donna-uomo; uomo-donna-donna; donna-uomo-uomo). O ne beviamo subito un’altra o ci lanciamo anche noi in acqua…
Così, alle 18.40, vagamente alticci, sprezzanti dell’ultimo Tachiflu assunto a ora di pranzo e con un mio piede sanguinante – 24 ore dopo non mi è ancora chiaro cosa ho pestato per bucarmi il tallone, e probabilmente è meglio così – ci siamo tuffati in mezzo a stormi di ragazzetti, qualcuno con la metà esatta dei nostri anni, disinibiti ai confini della molestia.
Accanto a noi liceali in perizoma agitavano le chiappe scatenando tempeste ormonali, mentre la comunità omosessuale, in tanga e catenazze d’oro, squittiva sotto al dj.
Alle 20, quando secondo il nostro fuso orario dovevano essere ormai le 2 della mattina, è comparso il primo topless: vietatissimo qui, dove il moralismo impone la regola “anche una striscina, purché tappi il buco”.
Siamo andati a brindarci sopra con una terza cahipirinha, una sorta di bomba atomica di cachaca. Alle 21 un tizio interamente nudo e con un cappello in testa ha iniziato a girare tra la gente, intrattenendosi a chiacchierare qui e li come se fosse in smoking.
Un altro tale nel frattempo mi aveva detto che quell’enormità di casa non era di proprietà del Grande Gatsby, bensì di due francesi. E a furia di guardarsi intorno Gabri era convinto di averli trovati: Guarda sono quei due sicuro, hanno proprio la faccia da francesi e poi sono come noi, gli unici un po’ più vecchi e diversi dagli altri.
Erano così diversi che il tizio, ovviamente un brasiliano, ovviamente assolutamente non il proprietario di casa, in piedi su un lettino in stile Rimini ha insistito a tutti i costi che facessimo un selfie e che glielo inviassi dal mio telefono, benché ne avesse fatto uno uguale anche lui (si sospetta che volesse avere i miei contatti per qualche giro losco, infatti mi ha già spedito una mail per sincerarsi di quanto stiamo a Rio).
Alla fine, quando anche la 18enne con le mutande bianche bordate di pizzo e un culo che nemmeno se lo avesse scolpito il Canova era sparita dalla vista, ci siamo levati di torno pure noi, con addosso il peso di una nottata brava importante. Erano le 22.

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All shook up

Un sms sul mio telefono.
«Zia lo sai che a scuola facciamo il living museum, cioè praticamente dobbiamo scegliere un personaggio storico e raccontarne la storia e io ho scelto Elvis».
Anni di lavoro iniziano a dare i loro frutti.
(Il testo orginale è stato emendato: «Zia lo sai che ha scuola…»)

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Don’t think twice, it’s all right

Ci sono giorni in cui mi chiedo se esista qualcosa di più doloroso di una canzone di bob dylan, e normalmente convengo che no.

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Pechino Dispacci #8

Sono entrata in un negozio di dischi di Nanluo Guxiang, un hutong di Pechino rimesso un po’ a nuovo ma ancora abbastanza autentico. Suonavano i Velvet Undergorund, ragione per cui mi sono fermata, oltre al fatto in realtà che era il primo negozio propriamente di musica che vedevo (tutti vendono un miliardo di cianfrusaglie e magari anche cd di qualche copia locale di Cindy Lauper: questo vendeva solo dischi, e ben ordinati).
Insomma, sono entrata e ho iniziato a conversare con il commesso, non con il mio metodo consueto – io parlo italiano, l’altro cinese e vediamo se abbassa il prezzo o se mi molla nel posto giusto – bensì in inglese.
Il ragazzo, oltre ad avere una discreta conoscenza musicale – discreta per uno che non può accedere a YouTube perché è bloccato dal governo – aveva anche una certa padronanza linguistica, quindi gli ho chiesto di farmi vedere un po’ di roba cinese.
Mi ha messo su qualche disco e alla fine uno mi ha persino convinto (una versione pechinese e molto peggiore dei Sonic Youth ma comunque con un suo piccolo perché) e ho deciso di comprarlo.
Mentre tiravo fuori i soldi, non proprio pochissimi, mi sono chiesta a chi sarebbero finiti: alla band, all’etichetta (assolutamente sconosciuta), al partito?
Quindi, con una certa ingenuità, gli ho chiesto: Hey ma come funziona con la musica qui? È come la stampa? Deve passare attraverso la censura?
Lui ha preso a guardarmi inebetito senza parlare. Ho pensato non avesse capito.
No, dico, i musicisti, devono passare qualche controllo, chessò, c’è un ufficio apposta?
Silenzio.
Voglio dire, uno suona quello che vuole? Sono liberi?
Intanto è entrato un cliente. Scusa, il mio inglese non è così buono.

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David Byrne docet

We are on the road to nowhere,
come on inside.

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Appunti per il futuro: non sottovalutare le conseguenze della stabilità

Nomadi che cercano gli angoli della tranquillità
nelle nebbie del nord e nei tumulti delle civiltà
tra i chiari scuri e la monotonia
dei giorni che passano
camminatore che vai
cercando la pace al crepuscolo
la troverai
alla fine della strada.
Lungo il transito dell’apparente dualità
la pioggia di settembre
risveglia i vuoti della mia stanza
ed i lamenti della solitudine
si prolungano

come uno straniero non sento legami di sentimento.
E me ne andrò
dalle città
nell’attesa del risveglio.
I viandanti vanno in cerca di ospitalità
nei villaggi assolati
e nei bassifondi dell’immensità
e si addormentano sopra i guanciali della terra
forestiero che cerchi la dimensione insondabile.
La troverai, fuori città
alla fine della strada.

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e sia chiaro che una virgola in più sarebbe di troppo

Like the story of life, of your life
Is hello, goodbye
she’s only happy in the sun

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Per fortuna che hanno già scritto tutto, e io devo solo ascoltare

If you should go skating
On the thin ice of modern life
Dragging behind you the silent reproach
Of a million tear stained eyes
Don’t be surprised, when a crack in the ice
Appears under your feet
You slip out of your depth and out of your mind
With your fear flowing out behind you
As you claw the thin ice

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Hanno fatto capolino sulla mia scrivania

E’ arrivato il pony stamane e se tutto va bene riuscirò a non perderli fino al prossimo 3 luglio. Se tutto va male invece li perderò tra il 20 giugno e il 2 luglio, come mi è successo l’estate scorsa con quelli di Lou Reed, salvo poi spuntare dentro al mio passaporto la mattina stessa del concerto, quando ormai avevo una crisi di nervi in corso e gridavo insulti irripetibili contro qualsiasi cosa, animata o inanimata. Come ci fossero finiti i biglietti dentro al passaporto, comunque, non l’ho mai scoperto: forse nel sonno avevo inconsapevolmente meditato una fuga subito dopo lo spettacolo (e non quella che in effetti c’è stata, ma questa è un’altra storia).
In ogni caso.
Suonano i Radiohead a Bologna e per me è come la chiusura di un percorso umano, astrale, simbolico e tutte queste robe qui: la città e il gruppo. Se mi riconcilio con tutto l’anno prossimo mi danno il Nobel (alle intenzioni). Se non ce la faccio avrò visto i Radiohead in piazza Maggiore, che comunque non è mica male.

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