Archive for category alla rinfusa

Dispacci, Tel Aviv #4

La generazione con la divisa e il mitragliatore si è palesata di colpo, dopo due giorni che incontravamo solo hipster in canottiera collegati a grinder, dog sitter per famiglie affluent ed arabi israeliani di ogni età e tipo, rumorosi e bruschi come i loro cugini dei Territori. 

Eravamo in centro, nei pressi dell’auditorium, forse il solo posto in cui la città sembra davvero una città. I militari ragazzini erano radunati disordinatamente, un po’ seduti in gruppetti – telefono in mano e fronte sudata – un po’ sdraiati per terra, al riparo dal sole. Ci stavamo chiedendo come mai fossero tutti lì quando ci siamo girati e abbiamo visto una spianata di zaini, divise e mitra, impilati a decine, come fossero bastoncini dello shanghai. E in fondo a tutto, quasi nascosto dagli zaini e dai fucili, ce n’era uno con la chitarra in mano, straniato e straniante nel suo tentativo di normalità.

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Dispacci, Tel Aviv #3

La prima mattina è trascorsa in spiaggia, ché con 37 gradi e altrettanti chilometri di sabbia bianca sarebbe stato difficile fare altrimenti.

Abbiamo pedalato su un lungomare che avrebbe potuto essere Rio o la Barceloneta, zeppo di gente e delle loro stranezze: runner appanzati con le radio sotto braccio, caschi integrali su honda mille che sgasano da ferme, giapponesi ricoperti di simil-burkini integrali in tessuto ultra tecnico per non cuocere al sole. 

Dappertutto bandiere d’Israele, musica e le schioppettate ritmiche di una speciale varietà di racchettoni di cui si consumano tornei infiniti, con colpi sordi è precisissimi che da lontano sembrano percussioni africane e da vicino tentativi di catarsi di ventenni che passano la giovinezza con la divisa addosso e un mitragliatore in mano.

In effetti poche ore dopo un’amica di amici, nel salotto di una casa ottomana nella vecchia Jaffa ci ha raccontato di aver trascorso il weekend a fare da volontaria in un festival in cui militari in libera uscita consumano litri di alcol e acido lisergico per dimenticare il mondo; poi, cotti, cercano l’aiuto dei volontari per uscire dai propri incubi. A volte funziona; spesso no. 

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Dispacci, Tel Aviv #2

La morte degli stereotipi, o di come siamo arrivati nell’aeroporto più sicuro e blindato del mondo e nessuno ci ha chiesto, controllato o contestato nulla.  Tempo per passare la sicurezza: 30 secondi esatti, a fronte di ore trascorse a sentire descrizioni terribili di come avrebbe potuto essere. Abbiamo pensato che fosse per via della preparazione allo shabbat, il sabato ebraico – meno addetti, meno attenzione, tutti concentrati a pregare – ma è stato chiaro appena arrivati a Tel Aviv che dello shabbat non gliene frega troppo a nessuno. 

 Credevo di arrivare a Miami, mi son sentita a Beirut. Man mano che il tassista si avvicinava a Florentine, il quartiere working class e ad alto tasso di immigrazione in cui abbiamo preso un garage trasformato in casa, più le case palazzine squadrate e sgretolate, con i fili della luce a penzoloni e i marciapiedi ingombri di calcinacci, facevano a pezzi la mia idea preconcetta di Tel Aviv (Gabri, poi, mi ha smontato anche quella di Miami: dice che oltre ai vetri, alle piscine e ai fisicati c’è molto di quel mescolone culturale per cui vado pazza. Lezione: non pensare troppo ai posti che non conosci, vacci e basta). 

Abbiamo ribattezzato il quartiere sganghy, sgangherato, e ci siamo messi a camminare un po’ a caso. L’ora di cena  era già passata da un pezzo e le strade – ancora una volta – sembravano meno piene di quello che ci si sarebbe aspettati dalla città che non dorme mai: solo dopo ho capito che i party di Tel Aviv iniziano dietro a porticine spesso anonime, nere e senza insegne. Per indicarle bastano i ragazzi in canottiera e facce disegnate che appaiono sui marciapiedi poco distante, disseminando indizi di un divertimento parecchio ferormonico. 

Ci siamo diretti al mare, zigzagando tra i richiami di festicciole improvvisate nei balconi di cemento sbucciato di ogni palazzo.  E qui, infine, il movimento: grappoli di persone sdraiate in sulla sabbia a bere o a parlare, e altre appena rinvenute dalla spiaggia in coda fuori da una gigantesca panetteria araba i cui muri, molto tempo fa, devono essere stati blu cobalto. Vuoi vedere che è quella che mi ha consigliato il mio studente?, ho pensato: e lo era, e già la strana euforia nei confronti della città che m’aveva preso appena scesa dal taxi si stava trasformando in passione.

Poco più in là, altri ragazzi stavano improvvisando un rave fuori da una macchina, mentre adulti con bimbi al seguito restituivano le bici in sharing. Cento metri oltre, nel parco enorme che costeggia il mare, ci ha investito l’odore di carne alla griglia. Lo abbiamo seguito e così, a mezzanotte, siamo incappati in un matrimonio etiope (o forse eritreo):  donne in bianco, uomini vestiti bene, lunga tavolata, due o tre a presidiare la brace. Ma mica erano i soli:  tutto il parco stava grigliando qualcosa. Decine di piccoli barbecue sfrigolavano di fronte a famiglie sdraiate su enormi teli colorati, o a giovani raccolti tra la griglia portatile e il narghilè:  arabi israeliani per lo più, ma non solo. 

E se lo spettacolo non fosse abbastanza assurdo, di quell’inconsuetudine capace di farmi innamorare in un istante con intensità direttamente proporzionale alla distanza col mio vissuto, abbiamo buttato un occhio giù, all’ultimo lembo di spiaggia, dove decine di persone passeggiavano giocando con la risacca, mentre i bambini sghignazzavano costruendo un castello di sabbia. 

Ho ripensato ai miei amici di Ramallah: se avessero potuto essere in quel parco con noi, forse qualcuno dei loro preconcetti si sarebbe sciolto insieme ai miei. 

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Dispacci, Istanbul #1

È strano, o forse inquietante, come la vita sembri scorrere normale nei posti che normali non sono più. 

A una settimana dal referendum – forse truccato – con cui Erdogan ha di fatto ottenuto il potere quasi assoluto, nell’aeroporto cittadino di Istanbul centinaia di persone vanno e vengono, acquistano oggetti, provano  profumi, rossetti, auricolari per l’iphone. 

Nell’unico ristorante con una connessione wifi, un tavolo è occupato da un gruppo di stranieri con le teste rasate che sembrano dipinte, o ricoperte di mercurio cromo: hanno per lo più barbe lunghe e visi scuri, forse arrivano dagli Emirati o da altri Paesei arabi. Scopro con incredulità  che si tratta di trapianti di capelli: l’industria qui è evidentemente florida e forse economicamente più accessibile – Gabri, che passava da questo stesso aeroporto poche settimane fa, ha visto parecchi trapiantati che poi si sono imbarcati per l’Europa, Italia inclusa – e la Turchia sta diventando la mecca dei pelati loro malgrado.

Mentre Erdogan rinchiude i giornalisti, vieta le manifestazioni, erode i diritti, mezzo mondo corre qui per farsi rimettere i capelli: islam, capitalismo e tricologia.  

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Dammi tre parole

Titto, descrivi la zia Gea:

Disordinata, altezza media, pazza (sì eh fa cose che gli altri non fanno: tutti quei balletti al volante per esempio), lavorativa, strana, divertente.

[subtitle: Donne in cerca d’autore]

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Chi svende il diritto di manifestare

C’è una cosa che mi colpisce nello spettacolo rattristante di Milano devastata dai soliti teppistelli senza idee né cervello.
Non è il fatto che siano figli di papà, che abbiano il Rolex al polso o che si accodino a slogan (almeno in parte) passatisti, seppur avvolti – gli slogan – da richieste di giusti diritti.
No, quello che mi colpisce è il fatto che nessuna delle associazioni, dei militanti, dei comitati pare rendersi conto che l’omertà (e, dunque, la collusione) nei confronti dei violenti-delinquenti strappa loro l’unica vera arma che da secoli esiste per cambiare le cose: scendere in strada manifestando pacificamente.
Con una lunga marcia pacifica Gandi 80 anni fa iniziò la liberazione dell’India. Martin Luther King guidò i neri alla conquista dei diritti civili marciando prima verso Selma, poi verso il Campidoglio. Persino in Italia le manifestazioni di piazza hanno contribuito a tutelare diritti: basti pensare al divorzio e all’aborto.
Lasciare che i black block si impossessino della scena o, peggio, coprirli, significa rinunciare volontariamente al più potente strumento di cambiamento, l’unico davvero a disposizione di tutti: poveri, ricchi, neri, bianchi e gialli. Significa rinunciare volontariamente alla possibilità di incidere, e svuotare di significato non solo la protesta NoExpo di ieri, ma lo stesso strumento di battaglia.
A volte sono i governi a togliere il diritto di riunirsi e manifestare, il che la dice lunga su quanto sia effettivamente potente. È così ancora oggi in certe parti del mondo, anche industrializzato: la Russia o la Cina, per esempio, e basta pensare al ragazzo con le buste della spesa di fronte al carro armato in piazza Tien An Men per cogliere tutta la travolgente forza del solo stare fermi di fronte alla violenza e ai soprusi.
In Italia, dove il diritto di manifestare non solo esiste ma è garantito, i NoExpo hanno fatto tutto da soli, svendendo la sola arma in loro possesso. Non tutti quelli nel corteo avranno saputo, voluto e capito, ovviamente, ma il silenzio dei comitati, che dura anche oggi,  è significativo. Chissà se si rendono conto di ciò a cui hanno rinunciato, di come abbiano spogliato se stessi di qualsiasi rilevanza, e di come abbiano svilito il ruolo fondamentale dello sfilare pacificamente, a detrimento anche di tutti gli altri. Essere minoranza e incazzata non basta per essere considerati intelligenti: bisogna anche effettivamente usare la testa e, magari, conoscere un po’ la storia.

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Chile Dispacci #4

Appuntamenti e spostamenti, istruzioni per l’uso. 

Per ottenere esatta distanza di percorrenza, moltiplicare per 2 (esempio: se vi dicono 40 minuti, calcolarne circa 80); per gli incontri, aggiungere dai 15 ai 20 minuti;  durata media di un pasto, ore due; orario di imbarco da traslare di 30 minuti più in là. 

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Dispacci Chile #3

La tenuta è in sobbuglio: per il primo anno dalla sua fondazione, quest’anno il Cile non è passato all’ora legale. Solo che metà della popolazione non lo sapeva, e quindi stamane il personale di servizio non si è presentato, le sveglie delle stanze degli ospiti non sono suonate, le escursioni sono saltate. 

Lo trovo fantastico: soltanto in un Paese sudamericano (e hispanico) può succedere. Oye, lo siento, es que no me he enterado. Altro che realismo: questo è il non sufficientemente celebrato sconvoltismo magico.

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Chile dispacci #1

Poi ci sono quelle canzoni che non le puoi ricacciare indietro, si fanno largo a gomitate lungo lo stomaco, e ti lasciano così, sospesa nel groviglio. 

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Patagonia Dispacci #4

E comunque mi convinco sempre più che ci sia una correlazione diretta tra l’indisponibilità di molti Stati e governi a spendere in missioni (im)possibili e la progressiva resa dell’essere umano, il suo ritagliarsi un confortevole angolo di mondo dal quale guardare il proprio ombelico. L’Italia è l’emblema assoluto di questa regressione. 

Tutte le grandi esplorazioni della storia sono state finanziate da sovrani e nazioni: basti menzionare quelle di Colombo e Magellano, il mastodontico progetto cartografico del Beagle (l’imbarcazione su cui, peraltro, viaggiava Darwin), la spedizione scientifica del Comodoro Byron  e persino – in anni più recenti – il programma Romanche  con cui il governo francese organizzò un’osservazione del passaggio di Venere in vari punti del pianeta. 

L’ultima grossa corsa alla scoperta è stata quella spaziale, sostanzialmente abbandonata non a caso quando i soldi erano finiti (e la Guerra Fredda anche). E va bene, ora forse il pianeta Terra lo conosciamo, ma la quantità dei progetti su cui si potrebbe investire è immensa. E penso non solo banalmente alla ricerca medica, ma anche a progetti scolastici come gli scambi tra popoli e nazioni, cose magari banali ma che potrebbero realmente forgiare la mente della nuove generazioni come una volta faceva il viaggio esplorativo. Chissà, forse se tornassimo a investire in progetti (im)possibili alleveremmo prodigi e non Jihadi John.

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