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Dispacci, India – Madurai #10

L’India è anche quel Paese in cui per prendere un treno devi prenotare tre giorni prima, oppure accettare di fare a gomitate con decine di indiani, anche loro senza posto e quasi certamente senza biglietto, carichi di stracci e di diffidenza verso la donna bianca, per contenderti con loro dieci centimetri di panca dura su cui sedere.

Il treno, infatti, è una scatola metallica di quelle che se ne son viste nei musei alle elementari, fischia come la locomotiva dei film Western, non ha finestrini né porte né bagni, viaggia adagio adagio in prossimità di ogni fermata per consentire ad ambulanti di ogni genere di appendere le loro mercanzie ai giunti dei vagoni e di saltare dentro per fare affari.

Dentro si trova un’umanità assortita, che dice delle disuguaglianze e del razzismo del Paese più di mille libri. Giovani occidentalizzati ma non abbastanza da parlare un inglese comprensibile ascoltano musica sullo smartphone, svolgendo e riavvolgendo con cura maniacale le cuffie Apple nella propria custodia (gli auricolari sono originali; il telefono no); una ragazza musulmana si rifiuta di aver vicino donne bianche; gruppi di persone si tengono i posti a vicenda e scacciano chi non è dei loro; un’anziana scalza fruga con un bastone sotto ai sedile in cerca di cibo, poi si sdraia per terra nell’indifferenza generale e per ore tutti la scavalcheranno calpestandola un po’ (le ho offerto il mio posto, non l’ha preso); un ragazzo con i piedi (scalzi) piagati resta in piedi un po’ perché nessuno gli fa spazio, poi si arrampica nel vano bagagli e si addormenta. 

Tutto intorno, sotto a vecchi ventilatori che penzolano dal soffitto, chi può si allunga sui sedili duri come il legno, nel sudiciume generale, e prende sonno finché il baccano della stazione successiva o l’odore della polvere di ferro che si leva dai binari lo costringono a svegliarsi.

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Dispacci, India – Trichy #9

L’India è quel Paese in cui puoi passare il pomeriggio a vedere templi del X secolo godendo di una bellezza maestosamente sconvolgente e poi trovarti alle dieci di sera, in piena città, di fronte a poveri cristi scalzi che scavano buche a bordo strada a mani nude, evitando a stento gli schizzi di fango degli autobus, nell’indifferenza generale.

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Dispacci, India – Goa #2

La classe media indiana esiste, e consuma smartphone e selfie stick (nonché, sospetto, soft porno in quantità).

Coi primi ci fa foto ovunque: si fa e ti fa. Hanno più foto di me in spiaggia gli indiani che tutta la mia famiglia, inclusi i parenti di secondo grando. Nel soft porno, infatti, alla fine ci sei dentro tu: cos’altro ci faranno mai con quei duecento selfie che ti hanno chiesto di fare in quanto strano soggetto esotico?

 

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Dispacci, India – Goa #1

Dicono che a Goa ci vadano solo gli europei, qualche russo, un po’ di israeliani a mandare giù Mdma per dimenticarsi gli orrori della militarizzazione continua. Noi, però, ci abbiamo trovato praticamente solo indiani: quelli ricchi, turisti del weekend, che scappano dalle città e si intingono in questa giungla umida affacciata sul mare per bere birre e farsi selfie di coppia, etero e gay, senza divieti o timori. Di Mdma neppure l’ombra, ma non l’abbiamo cercato: che in giro ne esistano cascate è certo. 

Dire Goa, comunque, non ha molto senso: il nome è quello dello Stato, una striscia lussureggiante e vagamente amazzonica. Sarà il passato coloniale portoghese, con le case colorate e le chiese maestose in mezzo alla foresta, ma a Panjim oggi mi pareva di essere tornata in Brasile.  C’è pure un quartiere che si chiama Altinho, che un po’ sa di Pelurinho (Brasile) e un po’ di Trinidad (Cuba), ma col triplo degli insetti e l’acqua di scolo che si impasta con il terriccio, le foglie e la polvere formando un’argilla rossiccia che ti si attacca ai piedi e alle gambe a mo’ di henné permanente. 

Poi c’è l’acqua quella dei monsoni, ogni qualche ora: il cielo passa dalla tonalità grigio chiaro pm10 a quella grigio scuro nubifragio in quattro minuti, un venticello si alza a illuderti con temporanee promesse di refrigerio e poi il cielo scarica 15, 20, 60 minuti d’acqua per cui non si scompone nessuno, e ormai nemmeno più noi.

Sui motorini gli indiani si compattano ancor più: quello che sta in mezzo – il numero medio per scooter è tre persone – tira fuori l’ombrello e copre sommariamente gli altri, quello che guida ripone il cellulare in tasca all’asciutto (normalmente ce l’ha in mano), il terzo si guarda intorno come se nulla fosse.  Al termine dello scroscio il tasso di umidità passa dal consueto 80 al 160% e gli animali emergono dal sottosuolo; ieri un insetto non meglio identificato lungo circa 4 centimetri di colore marrone stava camminando lungo il petto di Cristina: l’ho cacciato sentendomi un’eroina e mentre mi chiedevo dove fosse finito l’ho visto scendermi giù da una coscia, con orrore pari solo a quello di quando salgo sulla bilancia il 27 dicembre.

Il monsone – per cui lo Stato spende in campagne educative del tipo: La stagione delle pioggia è qui, il traffico sarà un po’ più complicato del solito, quando esci di casa portati un libro – in ogni caso si è portato via i turisti sballoni, ma non la spiaggia. Oggi, dopo essere state a Old Goa, che fu una volta a capitale dell’impero indiano portoghese, grande quando Londra, con sette basiliche immense piantate nel mezzo di una vegetazione da Libro della Jungla (in effetti, Kipling era indiano), siamo partite alla volta del litorale Sud, costeggiando casette coloniali tutte colorate nascoste tra alberi e risaie.

Non pioveva, i bimbi indiani in mutande facevano il bagno nell’acqua ingrigita dal vento e dalla sabbia, i loro fratelli maggiori giocavano a calcio senza mai segnare un gol e al tramonto l’intero villaggio si era riversato sulla battigia, a prendere l’ultimo sole. Un’altra Goa è possibile.

 

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Se ci sei, batti un colpo

Al mondo deve esserci qualcun altro che gira su treno con un sacco pieno di scolapasta, mentre corregge Faq su basecamp con indosso occhiali grossi quanto piattini da caffè perché nell’ultimo mese ha dormito dieci ore in tutto.

Amico scoppiato, vieni fuori, dai: è ora di farmi sentire meno sola.

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Certe notti

Amico frigo, facciamoci un selfie per ricordarci delle notti di lavoro in cui sarebbe stato bello poterti aprire e trovare qualcosa da ingollare, e invece no.

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Must I dream and always see your face?

1997, estate, Parigi, Last Goodbye, spirali di fumo, libertà. 
Io Jeff Buckley me lo ricordo così. 

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Dispacci, Negev-Gaza #7

La verità è che viene da fare gli scemi, a dispetto della serietà con cui si prendono loro. O, forse, proprio per via di quella: raffinamento del concetto abbozzato a Gerusalemme, quando abbiamo pensato di ridare una speranza a migliaia di figli di ultraortodossi condannati a una vita realmente incolore distribuendo copie di Playboy fuori dalle scuole medie, come invito all'(auto)erotismo. Eccoci, gli indiani metropolitani dello shabbattismo.

Che, già da sé, onomatopeicamente si presta, specie se ti svegli sopra un altopiano di sabbia nel mezzo del nulla e devi cercare un beduino vegano e senza denti per farti fare colazione perché quelli da cui andresti normalmente di sabato non toccano nemmeno il telefono.  È lo shabbat, bellezza.

Se ne fregano le capre, che arrivano in mandrie a brucare sulla rotonda di Mitzpe Ramon l’unica erba che si vede in giro per centinaia di chilometri. Poi s’allungano fino al benzinaio, ma lì va peggio: al posto del verde ci sono solo vecchi seduti all’ombra che non s’alzano per i rari avventori, figuriamoci per le capre.

Le rotonde hanno un fascino spettacolare, specie di shabbat, quando arrivi a Be’er Sheeva – una colata di cemento che avrebbe voluto essere Houston o Sant’Antonio, ma è soltanto il posto più brutto che potresti costruire ai bordi di un deserto che non ha nulla da invidiare al Gran Canyon – e non c’è un posto per mangiare che non sia Domino’s Pizza, dove insieme a noi ripara un’americana stremata con al seguito cinque figli ma niente banconote, per scoprire nello sconcerto che è shabbat anche per le carte di credito.

L’accoglienza travolgente della città si plastifica nelle rotonde, monumentizzate con l’apposizione, in sequenza, di un carro armato e due jet guerra, caso mai il visitatore non avesse capito che si fa sul serio, qui. 

E a questo punto stiamo sfrecciando sulla AyGo praticamente fusa dalle sgommate del Galimba in direzione nord, cantando My Shabbatta, adattamento della più nota My Sharona per cui abbiamo coniato diverse versioni mediorientali, e simulando – con la creazione di un simbolico GeGiù, mia prole – come dovesse sentirsi la Madonna incinta a spiegare a questi rigidoni che era stato lo spirito santo, e che dopo tanto dispiegamento di miracoli bisogna per forza nutrirsi anche di sabato, mica vorremo vanificare gli sforzi.

Nonsense in Terra Santa, già, ma in fondo è ben poca cosa rispetto all’assurdità del muro con filo spinato che sormonta Gaza, creando una gabbia affollatissima affacciata su una baia colorata da migliaia di conchiglie. Duecento metri più in là ragazzi israeliani fisicati e sorridenti – che hanno imparato l’arte del nascondersi nei bunker in pochi istanti, quandi le sirene annunciano i razzi di Hamas – giocano a racchettoni e sgasano con le jeep d’importazione americana sulle dune di sabbia; oltre la torretta un milione di poveracci non può nemmeno andare a pescare, in ottemperanza dell’assedio israeliano e per colpa dei crimini di un manipolo di banditi corrotti e fanatici che li governa.

Proviamo a entrare a Gaza dalla spiaggia, dopo che ci hanno già bloccato in macchina. Dalla torretta di sorveglianza parte un allarme continuativo che ci rispedisce indietro, tra i racchettoni e i barbecue.

Anche nel giorno del riposo, la vigilanza non dorme mai. GeGiù disapprova sentitamente, e con ogni probabilità anche l’originale che camminava sulle acque.

[bruceremo all’inferno, si sa: Gabri dice che è colpa dell’educazione libertina ricevuta in Val di Chiana. Io però son andata a scuola dalle suore].

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Dispacci, Negev #6

Atto primo

Deserto, deserto, ancora deserto. Di sabbia, di roccia, di minerali ferrosi mescolati a sale e a sabbia. Bellezza abbacinante, tagliente, desolante. Ricordi del Sahara, del Mojave, dei Sahrawi, della Death Valley e di tutti i posti in cui ancora non s’è stati ma si spera di andare.

Dopo ore di deserto, l’insegna del kibbutz Lotan, presentato dai local mainstream come l’avanguardia dell’innovazione ecosostenibile, pare un miraggio: avranno della frutta? Ci sarà una cerimonia di collettivismo da raccontare? I bambini crederanno nel dio deserto e nel mito della frontiera?

La risposta sta nel frigo del microsupermarket zeppo di Coca-Cola e Fettuccini alfredo surgelati, pizze e gelati Nestlè, venduti da una ragazzina attaccata a WhatsApp: se l’agricoltura funziona, non si vede granché. 

Qualche famiglia s’aggira in quella che in larghe parti sembra più una discarica che un’oasi di verde e pace; l’erba c’è, a dire il vero, ma nella parte riservata alla guest house per turisti: un micro resort nato dalle ceneri del socialismo reale, e tanti saluti a Ben Gurion. 

L’unico segno di speranza sono i pomodori: ne compriamo mezzo chilo nel mercatino, ché il sole ci ha riarso anche le papille gustative, e riprendiamo il cammino. A un’ora di distanza c’è Eilat, il luogo simbolo dell’unione di tre mondi: Africa, Asia e Terra Santa. La coda lunga di una terra riarsa che s’affaccia solo per pochi chilometri sul Mar Rosso, la cui importanza geostrategica si misura dalla dimensione delle bandiere piantate dai tre confinanti: quella giordana da sola è grande più o meno come l’intera fetta di spiaggia che tocca al Paese (gli israeliani invece puntano sulla quantità: i più solerti ne hanno una anche sull’auto, i migliori sionisti addirittura due). 

Eliat ha subito chiaramente l’influenza del gigantismo americano e del kitsch russo: gli hotel con piscina pompano musica techno a volumi da audiolesi alle 5 del pomeriggio,  le spiagge sono invase da rossori incontrollati e sorvegliate da navi cargo e vedette militari che stazionano nelle baia. La passeggiata mare unisce tre nazioni con il collante del cattivo gusto: negozi di chincaglierie, giostre stile Las Vegas, musica alta, camerieri scocciati, buttafuori muscolosi, donne con tacchi troppo alti o veli troppo lunghi.

La prospettiva di mangiare infine pesce ci pare allettante; il sushi bar confinato in un centro commerciale di raro squallore restituisce realtà alle aspettative, e rende chiaro che qui noi non ci si può stare. A questo surrogato di cemento ingrigito della strip di Vegas preferiamo la strip di Gaza. 

Atto secondo

Deserto, deserto, ancora deserto. Colline, canyon, distese chilometriche di roccia e sabbia, disseminate solo di postazioni militari.

Procediamo lungo il confine con l’Egitto, a un metro di distanza dal muro di filo spinato e rete metallica che separa Israele dal Sinai. Da un lato e dall’altro della barriera solo desolazione, sole e soldati nelle garritte, grondanti sudore e – immaginiamo – malinconia di casa, della fidanzata, del caos della città.  

Carri armati, torrette e trincee sono l’unica cosa su cui si appoggia lo sguardo per decine o forse centinaia di chilometri. Come si può fare la guerra per questa cosa qui?, ci chiediamo quasi increduli, ben sapendo che la risposta non sta nel campo del razionale, e forse nemmeno nella teoria delle religioni del Galimberti. Deve essere molto più prosaica, come il cocktail bar da cui siamo scappati a Eliat. 

Atto terzo

Deserto, deserto, ancora deserto. 

Tanto deserto che la poesia e il prosaico finiscono col mescolarsi: ma come si giudica in fondo la poesia? Il cavalletto puntellato su roccia e l’obiettivo che inquadra le chiappe del Galimberti, in una mitica (o mitologica) riedizione della fotografia di paesaggio, come andrebbero definite?

Schiaccio il clic, immortalo la beltà e mi consegno a mia volta alla storia, scendendo giù da uno dei migliori canyon del deserto per donare la mia culata al pensiero fotografico mondiale. E cado, rotolo un poco, mi escorio. Sto in cima a una roccia affacciata sul nulla, piegata a mostrare il didietro, sperando di non far la fine dell’auto schiantata nel burrone.

 Sei portata per le culate commenta Gabri: e dev’essere un po’ quello che Irving Penn diceva a Isabella Rosellini, se non ricordo male. 

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Dispacci, Negev #6

Ore dopo guidavamo nel nulla lunare del deserto del Negev, con le scarpe da ginnastica attaccate agli specchietti retrovisori per farle asciugare dopo l’affondamento in una pozza salata e prima di fermarci in un McDonalds con gli archi piantanti nella roccia a mo’ di bandiera di Armstrong, e Galimberti ha raffinato il concetto:

No, son serio: non è un caso che tutte le religioni più severe sian nate qui, eh. Guàrdate intorno: nun c’è nulla. Nasci qui, dici e ora che cavolo faccio? E t’attacchi al tuo dio.  Facce’ caso: le religioni più bonaccione, più fricchettone, son nate tutte in posti meno ostili, se sta meglio là. Dico cazzate?


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