Archive for September, 2012

Nomenklatura

Mi hanno chiamato a moderare un dibattito moderatamente di rilievo (fatemi fare la paracula: mettete pd + me stessa + mediterraneo, e spunta fuori).
Dirò qui perché penso di non modernarne mai più un altro: perché ti chiamano per farti sigillare i loro piccoli comizi rendendoti inevitabilmente di parte.
Dirò qui perché potrei tornarci: per vedere l’apparato da dietro le quinte. E imparare cose che noi umani non sapremo mai.
Nomenklatura: viaggio tra i tavoli buoni del Pd

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Chi tutto, chi niente

La differenza tra la stampa americana e quella italiana è in questo strepitoso pezzo di Micheal Lewis per Vanity Fair Usa.
Ha passato sei mesi con Obama, tra la Casa Bianca, l’Air force one e i campetti da basket. Ha scritto più o meno 100 mila battute, direi una quindicina di pagine fitte.
La storia non è il servizio di copertina: sulla cover c’è andata un’inchiesta su Scientology con le rivelazioni di Katie Holmes.

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Fired up, ready to go

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Charlotte, North Virginia, 6 settembre 2012 Persone in attesa di ascoltare il discorso di Barack Obama alla convention democratica

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Sticky stamps

Ho comprato tanto di quel merchandising di Obama che adesso rientro a pieno diritto nella stampa liberal e progressive.
Ci manca solo che mi assuma il New York Times.

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Real love

Comunque la prossima volta che mi piace uno prima anche solo di uscirci una volta gli faccio un test. Se è disposto a mollare tutto e prendere per tre mesi in affitto una casa a new orleans, dimenticandosi di tutto il resto e passando le giornate tra il fiume e i locali in cui si suona tutto il giorno, sono pronta a sposarlo.

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Postcards from a place I oughta live in one day

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Finché luce non ci separi

Certo che seduti in un bar – sempre lo stesso – con un menù fatto di birra caffè sei ostriche birra caffè sei ostriche, non è facile dire perché questa città ha dentro un’energia che destabilizza e fa venire voglia di stare per strada a parlare con chiunque e di ridere da soli, ascoltando musica in ogni angolo, pensando a come spremere la notte ancora un po’, finché la luce non ci manderà tutti a dormire.
Qualcuno, sulla riva del vecchio fiume, ha già iniziato.

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New Orleans, senza punti

Sarebbe giusto dire come ho guidato 12 ore da Tampa a New Orleans e sono arrivata in città e ancora non era tornata l’elettricità e la gente scappava dai sobborghi nerissimi in dieci sulle macchine per cercare riparo negli alberghi e quando finalmente sono arrivata al mio albergo la mia stanza non c’era più perché era stata data agli sfollati e una tizia larga centoventi centimetri più o meno gridava contro il consierge sudato marcio in piedi da 72 ore e l’unico bianco nel giro di cinquecento metri, un texano sbronzo da giorni presumibilmente, mi si è attaccato addosso e provava a prendermi la mano e mi ha chiesto nell’ordine di sposarlo dividere una camera scopare, e io nel panico cercavo un taxi per scappare a questo inferno e di taxi non ce ne erano più, e adesso 18 ore dopo sono in un bar al centesimo caffè e non riesco a raccontarlo meglio di così, per il momento.

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