Archive for June, 2012

Aldrovandi, mi vergogno io per loro

La vicenda dei quattro poliziotti che hanno massacrato di botte Federico Aldrovandi fino ad ammazzarlo e, condannati in via definitiva a tre anni e sei mesi (poi indultati), si sono messi a scrivere sui social network insultando la madre del ragazzo, è una di quelle cose che mi fa sognare di non essere una giornalista.
Vorrei non dover rispondere pubblicamente del ribollire della pancia e dei pensieri. Perché scriverei che una giustizia che punisce l’omicidio brutale di un ragazzo disarmato con tre anni e sei mesi non è giustizia. E che l’opacità del corpo alle dipendenze del ministero degli Interni, come già fu a Genova nel 2001, è degna di quei Paesi sudamericani che chiamiamo altezzosamente semi-dittature.
E no, l’Italia non è una dittatura né lo era ai tempi (bui) di Berlusconi, ma ha una endemica tendenza alla deriva squadrista, e alla sua protezione corporativa.
Scriverei anche che i peggiori sono quelli che dovrebbero denunciare tutto quanto. Perché un’informazione che relega la notizia a pagina 20, o nelle spalle laterali, o si affida a due take dell’Ansa al posto di alzare il telefono e farsi dire da quella donna perché le hanno ammazzato il figlio una seconda volta, non è un’informazione degna di questo nome. E’ una piccola casta troppo impegnata a guardarsi l’ombelico europeo per capire che la gente vive e muore con e senza l’Eurogruppo. Che la moneta unica la fanno e la distruggono, ma la vita e la dignità non te le restituisce nessuno.

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Codici di geometrie esistenziali #2

I sogni ammuffiscono se li lasci nel cassetto.

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David Byrne docet

We are on the road to nowhere,
come on inside.

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Appunti per il futuro: non sottovalutare le conseguenze della stabilità

Nomadi che cercano gli angoli della tranquillità
nelle nebbie del nord e nei tumulti delle civiltà
tra i chiari scuri e la monotonia
dei giorni che passano
camminatore che vai
cercando la pace al crepuscolo
la troverai
alla fine della strada.
Lungo il transito dell’apparente dualità
la pioggia di settembre
risveglia i vuoti della mia stanza
ed i lamenti della solitudine
si prolungano

come uno straniero non sento legami di sentimento.
E me ne andrò
dalle città
nell’attesa del risveglio.
I viandanti vanno in cerca di ospitalità
nei villaggi assolati
e nei bassifondi dell’immensità
e si addormentano sopra i guanciali della terra
forestiero che cerchi la dimensione insondabile.
La troverai, fuori città
alla fine della strada.

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Riverboom

Chi non nutre il cervello ingrassa di noia.
Visit Riverboom.

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Il fondo #2

Oddio ascolto musica che non ascoltavo da 10 anni impastando torte alle tre di mattina.
Ma dove cazzo è il fondo?

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Quando tocchi il fondo, vieni su

Lo so che non ci credete, in virtù di scaramucce recenti. Ma io alla fine a Vasco Rossi gli credo. Di più, lo ascolto.
E così, mancandomi da percorrere l’ultimo miglio nella discesa della dignità, o della consapevolezza, ho deciso di affrettare il percorso.
Sbattere duro duro contro il fondo.
Sai che cosa c’è, quando tocchi il fondo, vieni su. Vieni fuori, oppure non ci vieni più.
Ecco Vasco, io ti ho creduto. Adesso non facciamo scherzi, eh.

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Bruma, non nebbia

Ho passato metà della vita a cercare Genova. L’ho trovata a Lisbona, nel saliscendi affannato del tram 28, sul pavé sconnesso del barrio alto, con le porticine strette e i bicchieri fuori dagli uscii. L’ho incontrata a Barcellona, con lo sguardo affondato in scaglie di mare e il cicaleccio frenetico del lungomare, tra l’alba e il tramonto. L’ho scavata nei baretti di Siviglia e Madrid, tra le piastrelle sudicie e i bicchieri di birra mai pieni e mai vuoti, sempre pronti per un altro sorso. L’ho annusata a Bologna, nelle piazzette nascoste che ti colgono di sorpresa girato l’angolo, ed è sempre una festa.
Ma non sapevo cosa cercavo. E non sapevo che c’era già. Ho ignorato Genova per tutta la vita, anche se quel che resta della mia famiglia vive lì e lì ha sempre lavorato, se lì sono detentrice di un conto in banca e anche di parecchie rotture di palle burocratiche.
Poi ho scoperto Genova e ho capito tutto. Perché le foto di Giorgio Bergomi sono così belle e le canzoni di De André così struggenti. Perché Montale è il poeta più vero che abbia letto e i quadri di Musante così vibranti. Perché ho così bisogno dell’acqua per vivere e perché senza gli immigrati una città non è viva.
I vicoli di Genova sono un cortocircuito di gioia e dolore, odorano di rabbia, lotte e viaggi, gente ruvida in cerca di narratori e dolcezza. A Genova c’è la bruma, non la nebbia. Le piazze sono mangiate dalla saldesine e i palazzi raccontano di un impero ripiegato su se stesso, fiero e inamovibile.
Terapia per l’anima: camminare fino a perdersi per ritornare sempre nello stesso punto, ordinare un gotto e sprofondare nell’indolenza e nei mugugni.
Che poi, si sa, Paolo Conte aveva già cantato tutto.

P.S. Poesia sui muri, qui

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Letture consigliate

Per dovere di informazione, segnalo che ho due nuovi blog (legati a Lettera43.it)
Geatag e Soffiati il naso col pettine
Non che li dobbiate leggere – uno poi si guarda solo – ma magari.

(Non è un tradimento, né mania di grandezza: l’alternativa era portare Geolina dentro al giornale. E capirete che anche io ho una dignità professionale minima da difendere)

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