Archive for August, 2010

La conversazione perfetta (o del perché Jarvis Cocker è un genio)

She came from Greece she had a thirst for knowledge, she studied sculpture at Saint Martin’s College,
that’s where I caught her eye. She told me that her dad was loaded, I said In that case I’ll have a rum and coca-cola. She said Fine and in thirty seconds time she said, I want to live like common people,
I want to do whatever common people do, I want to sleep with common people, I want to sleep with common people, like you.
Well what else could I do? I said I’ll see what I can do.

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La verità ti fa male lo so/2

Le elezioni anticipate sembrano ormai certe. La campagna elettorale di Berlusconi parte con l’acquisto di Ibra.

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Cerva d’Italia

La cosa più intelligente sulla morte di Cossiga – meglio, su come i media hanno trattato la morte di Cossiga – l’ha detta Matteo, il nostro direttore (mio ancora per poco, sto per infilarmi in un mondo in cui il primo turno della mattina inizia alle 5 e l’ultimo finisce a mezzanotte e c’è un solo riposo settimanale; insomma, il quotidiano, ma ne parliamo bene dal 1 settembre).

Dicevo. Ieri mattina è entrato e mi ha chiesto, con il consueto mix di provocazione e curiosità: Tu che sei attenta lettrice, dopo due giorni di coccodrilli, cosa sai della moglie di Cossiga?. Ci penso un attimo. Che si chiama(va) Giuseppa. E che probabilmente era incazzata perché lui era un donnaiolo impenitente. Giusto, e poi: è viva o morta? Dov’è? Hanno figli?

Bingo. Degli articoli fiume straripanti parole, ricordi, tenerezze, ammiccamenti, rivalutazioni e il consueto impasto di vorrei ma non posso che impedisce all’italiano di essere sincero – specie di fronte alla morte, che sai, c’è così tanta sofferenza che non si può essere anche cattivi o semplicemente onesti – nessuno, nessuno, nemmeno chi narrava di esserne amico intimo, cronista privilegiato, spirito affine, ha raccontato qualcosa della vita privata dell’ex presidente. Non si sa nulla. O, meglio, nessuno ha voluto metterci il becco.

Così Matteo si è messo a cercare negli archivi.

Cossiga era sposato con Giuseppa, e la tradiva con tale frequenza e noncuranza che per lei era stato coniato il soprannome Cerva d’Italia. Lei non è mai andata a vivere al Quirinale e, anzi, le cronache dell’epoca raccontano che quando lui venne eletto tornò a casa per dirglielo e non trovò nessuno, le finestre sprangate e le luci spente. Dimessosi nel 1992, Cossiga ha chiesto la separazione nel ’93; nel ’97 arriva il divorzio. Infine, chapeau, nel ’98 la Sacra Rota annulla il matrimonio.

Di tutto questo, nemmeno una parola. Rispetto per la vita privata del presidente? Non credo che la privacy sia in cima alle preoccupazioni di cronisti ed editori, considerate le fatture per la cucina Scavolini acquistata a Montecarlo, i trans e le escort, le tette e i culi che salutano giornalmente dalle prime pagine. Piuttosto, mi viene da pensare alla scelta deliberata di non farsi delle domande: per esempio come ha potuto il Vaticano dichiarare nullo quel matrimonio, sulla base di cosa? E perché Cossiga sputtanava tutti ma nessuno ha sputtanato lui?

Mi pare che questo silenzio ex post su una vita scomposta sia un magnifico esempio di come funziona il potere, anche in chiave retroattiva. Berlusconi deve essersi mangiato le mani, per non avere imparato di più dal Picconatore.
(premio prima pagina, come sempre, al Manifesto).

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Amleto 2010

Un uomo che non sa staccare (e riattaccare) la batteria della moto è un uomo lo stesso?

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La verità ti fa male lo so

pausa pranzo, Gazzetta dello Sport

– Sai, una volta io Berlusconi lo difendevo: il modo di fare della sinistra, quest’incapacità di crearsi un’identità e un programma se non con l’antiberlusconismo…bè non lo sopporto. Non che mi piacesse Berlusconi, ma davvero lo difendevo. Però ora non si può più…
– Gli scandali recenti?
– Sì e poi sai, non ci compra un giocatore da due anni…

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Beirut/Dispacci #13

Bonjur per, je sui an giurnalist e il è an fotografer
[Grande inizio, sguardi soddisfatti].
Nus vudrem fer an intervist
Ue ue avec tu..tuà…an interpret? Emh, nus avom el Pinarelli
[Marco parla francese? No. Vabbè facciamo finta dai].
So, cant tiemp tu è isi? En chest ville?
E com son les rapport avec lo muslim?
Chesche tu pens de Hezbollah?
[Questa era perfetta, dai].
Ue ue, je compri. Mee lo muslim pensen i stess?
(voce fuori campo)La mem scios, la mem scios
[grande intervento del Pinarelli, interprete vero].
Chesche je pans de Beneduit? Mua? Sur le pop?
[concentrati, Gea, concentrati].
Mon per, je pans que il è diabolik. Diabolik, ue.

Tiro, 4 agosto.

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Beirut/Dispacci #12

soundtrack: Morning bell


Delicatezza non è la parola da associare al Libano, ma l’altra sera, in mezzo a canti palestinesi e calici generosi, quella di Halim mi ha travolto come vento di scirocco.
Era delicato lui, con la timidezza che gli fa scegliere con cura le parole soppesandone il valore, ed era quasi struggente il racconto di uno spaccato della sua infanzia, storie ordinarie di ragazzini cresciuti sotto le bombe della guerra civile.
Tutto il vicinato si nascondeva in un’unica casa, mi ha spiegato, dove dormivamo a decine, sdraiati sui materassi testa-piedi-testa-piedi per guadagnare spazio. Avrò avuto sette anni e mi sono preso la prima cotta per una bambina che dormiva affianco a me, i suoi piedi affianco alla mia testa e viceversa. Così per me le bombe avevano un che di romantico, capisci, quando c’era l’allarme e si correva nel rifugio ero felice, anche se non potevo farlo vedere a nessuno. Ma lei se ne era accorta e un giorno ci siamo svegliati e mi ha baciato un piede in uno slancio di tenerezza. A quel punto mi sono fatto coraggio e l’ho baciata a mia volta, un bacio sulle labbra, una cosa tremendamente appassionata per essere un bambino! Ma la cosa strana è che mentre la baciavo non riuscivo a smettere di pensare che quella stessa bocca aveva toccato i miei piedi un attimo prima, e mi faceva un po’ impressione. Non è strano che lo abbia pensato? E’ il ricordo più forte che ho di quel periodo. Forse per questo ancora oggi non so stare a piedi nudi di fronte a nessuno.

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Beirut/Dispacci #11

Fatico a credere che Robert Fisk, con il quale tra l’altro ho parlato ieri al telefono (grazie Paolo grazie, I owe you one), si sia mai presentato a un’intervista esordendo Si faccia una domanda e si dia una risposta, più o meno come ho fatto stamane con due ore e mezzo di sonno sul groppone e un concerto di shots a crivellarmi il cervelletto. Il mostro DeLille nel frattempo vagava per il posto cercando l’inquadratura perfetta per vincere il Word press photo, divorando focacce libanesi assorbi vodka. Una volta trovata, ovviamente, la tipa non ha voluto farsi fotografare: forse l’acume delle mie domande l’aveva impressionata.

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Beirut/Dispacci #10

There’s always a reason why at the very end the four of you go out to the Barometer and all of a sudden you’ve become the best dancer ever, and while your lifetime mate (doesn’t matter you didn’t know him four months ago, he’s a lifetime mate by now) buys vodka shots one after the other you fall in love with the most incredible guy, and your plane is leaving in 24 hours but maybe the feddayn can do something for you, and if they don’t that’s life man, domani c’è la guerra, so you go to sleep at 5,30 in the morning  and will be waking up in 3 hours for an interview and a shooting and maybe the phone will be ringing and who knows, this is Beirut, and you always have a lot to learn from it, for sure you know that by now.

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Beirut/Dispacci #9 e1/2

E comunque la cosa incredibile di questo paese è che puoi essere sotto alle bombe di pomeriggio e due ore e 70 chilometri dopo ritrovarti catapultato in un concerto di musica sperimentale dove un molleggiato libanese si dimena come uno sciamano davanti a mixer e sintetizzatori, mentre un batterista mena cassa e rullante con vigore ancestrale; e ulteriori due ore dopo ascoltare Perfectly numb in un bar alternowell chiacchierando con un pittore giordano con la scritta delete tatuata sul cuore e pensare per un istante che non è affatto male. Calmi, calmi: per un istante.

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