Archive for May, 2010

Diventa anche tu amico di Geolina

Un anno e mezzo fa con alcuni amici provai a fare un esperimento: origliare le conversazioni in giro per verificare quante volte nel corso della serata avremmo sentito parlare di facebook. Il compito si rivelò impossibile: più interessante segnarsi i rari casi in cui nell’arco di una notte nessuno lo menzionasse. È passato parecchio tempo e le cose, va da sé, sono solo peggiorate. Questa settimana la copertina di Time è dedicata a Zuckerberg e soci e nel vederla mi è venuto un rigurgito d’insofferenza: non se ne può più.

La casistica è più o meno la stessa da tempo osservata sui blog, ma esasperata dalla facilità del social network: scrivere due righe su un blog può richiedere un encefalogramma non del tutto piatto (può), mentre un mi piace non si nega a nessuno. Ne derivano esondazioni di personalità, self marketing, assuefazione alle demenzialità altrui, voyeurismo incontrollabile, paranoie di nuovo conio.

Ho una cara amica che passa metà delle feste cui andiamo a sincerarsi coi presenti di non taggare alcuna foto con lei che fuma, giacché amici di amici di cugini di ex compagni di classe potrebbero scoprire il riprovevole vizio e riferirlo agli ignari genitori. Una conoscente ha piantato invece una grana mostruosa a un’amica per aver pubblicato una foto in cui era – la conoscente – venuta male: “così la gente pensa che sono brutta”. Ho avuto una discussione con un collega quasi amico che ogni giorno si premura di far sapere al mondo quante sue righe si possono leggere sulla stampa nazionale: mi fa venire l’orticaria. Conosco coppie di ex fidanzati che si sono lasciati dopo anni di convivenza, non si rivolgono la parola se non per sibilare malignità ma sono amici su Fb, con tutta la carica di curiosità morbosa che ne deriva.

Prima che operassi un’epurazione di massa, decine di conoscenti del settore media mi contattavano su Fb per propormi pezzi, personaggi, comunicati stampa. Diventa anche tu amico di “Nutella”! Cento amici sono fan di Coccolino, segui il loro consiglio! Stendendo poi un velo pietoso su tutta la serie di subumani che passano la giornata a giocare alla fattoria e a invitarti a farlo, fanno quiz improbabili, ti spammano con inviti per la qualunque e cercano di reclutarti per campagne psuedosociali sullo stile Iscriviti anche tu per fermare la crudeltà sui pappagalli delle Mauritius, come se, ammesso che me ne importasse, servisse poi a qualcosa.

La numerosità dei minus habens su facebook è tale che la tentazione di cancellarmi mi assale quasi quotidianamente. In questi giorni alcuni duri e puri della privacy hanno organizzato un abbandono collettivo del social network, una sorta di rituale purificatorio di massa; ho meditato per un po’ di partecipare, fiera oltretutto del mio snobismo. La verità è però che non sono abbastanza snob: su Fb mi capita di trovare commenti di amici spagnoli o americani che vedo sì e no una volta all’anno, di vedere foto fatte insieme dieci anni fa o di organizzare rimpatriate che se non fosse per la facilità dei due clic del mouse non organizzerei mai. Allora mi torna in mente perché mi ciuccio tutto il resto. (Oltre al fatto che se questo sito esiste lo si deve a un messaggio in bottiglia affidato alla bacheca di Fb, cui un glorioso benefattore ha scelgo di rispondere).

Ma mi piacerebbe che la gente si ricordasse di avere un cervello. Avere un account su Fb non è una roba di cui ci si deve necessariamente vergognare. Ma in moltissimi casi sì.

(N.B. Una pagina su Fb cui tutti dovrebbero essere iscritti però c’è. Eccola)

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Orfani

Va bene, è finito.

E sì, da tempo non era più credibile.

E sì, anche la fine è stata tutta spirituale, affettiva, emotiva, inverosimile. Ma commovente.

E ora, come si lascia andare Lost?

P.S. è stata la prima serie che ho guardato, e sarà l’ultima. Questa dipendenza qui non la voglio più provare.

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Sant’Oro

Sulla questione Santoro sto facendo una fatica bestiale. Uno sforzo grande per leggere tutto, ascoltarlo parlare, aspettare l’accordo ufficiale, ricacciare indietro l’ondata di populismo che mi verrebbe da cavalcare, indignata, quasi offesa. Non tanto come “seguace di Santoro” o di Raiperunanotte – ché io con le identificazioni tout court non ci vado molto d’accordo – ma più come giornalista impegnata in una battaglia quotidiana contro gerontocrati e stati di crisi dell’industria editoriale.

Ma, appunto, mi sforzo di aspettare di avere il quadro chiaro. Qualche pensiero comunque si può mettere in fila, giusto per stimolare la riflessione. Per esempio: sul fatto che Michele Santoro sia una prima donna, talvolta antipatico e tuttavia di certo il miglior professionista nel suo campo, non ci sono grandi dubbi. D’altra parte, lo share della sua trasmissione lo dimostra in pieno: sarà anche guardata solo da quelli di sinistra – ma davvero ce ne sono così tanti in Italia? – ma Ballarò, per dire, quei numeri non li fa. Altrettanto è vero che non deve essersela passata bene, a livello di stress, negli ultimi anni: costantemente sotto osservazione, minacce, proiettili, intercettazioni in cui lo vogliono far chiudere, ogni puntata sudata contro tutti e tutto, ogni stagione in bilico fino alla fine. Si può dire anche che Santoro non è proprio un simpaticone, è un egocentrico, ha lavorato a Mediaset – anche se continuare a sottolinearlo è una forzatura: in Italia ci sono due aziende editoriali televisive, quindi il fatto di andare a Mediaset non rappresenta per forza una “svendita” di sé, quanto l’evidenza dell’anomalia del sistema – è andato al Parlamento UE per poi mollare tutto disgustato appena lo hanno reintegrato in Rai. Dicono di lui i cattivi che l’epurazione a opera di Berlusconi sia stata la sua fortuna, ma io non lo credo, visto che parecchi grattacapi glieli deve aver provocati, e comunque il suo talento e la sua capacità trascinatrice all’epoca erano già ben noti.

Insomma, ora gli danno 3 milioni di euro e se ne va in prepensionamento, e firma con l’azienda un accordo per cui nel prossimo anno produce per loro 7 docufiction – pare fosse la sua fissa da tempo – alla cifra di un milione di euro l’una. Provo a pensare come valuterei la vicenda se al posto di Santoro ci fosse un impiegato di un’azienda, chessò, che produce scarpe: da anni lo mobbizzano, non lo vogliono far lavorare, gli fanno una guerra costante e a un certo punto ha la possibilità di andarsene e di portarsi via qualche soldo (per lui non sono nemmeno così tanti, 3 milioni di euro). Chi non direbbe sì? Infatti accetta. Però, siccome nel produrre scarpe è bravissimo ed è capace di invetarsi sempre cose nuove, al posto di affittarsi una casetta a Cannigione in Sardegna e godersi il mare continua a fare esperimenti e a trovare nuovi modelli. Già, ma a chi li vende? A quelli che lo hanno odiato e gli hanno reso la vita un inferno? A quel capo che detestava vedere la sua faccetta smunta alla macchinetta del caffé e diceva al caporeparto: “Il signor Rossi bisogna che se ne vada di qui in fretta, trovi un modo per toglierlo di mezzo!”? Secondo la legge del mercato magari sì, può vendere anche a loro, e alla fine potrebbe persino fare un favore ai consumatori se propone loro delle scarpe fichissime, di buona qualità a un prezzo giusto. Però, a pensarci bene, io non vorrei dare il mio prodotto migliore a chi ha fatto di tutto per rovinarmi la vita: piuttosto mi ingegno e apro un negozio on line, ma un favore così non glielo faccio, no?

Ecco, questo mi verrebbe da dire. Perché Santoro non le vende a La7 le sue docu-fiction? O se invece semplicemente vuole provare un genere nuovo perché non farlo dall’interno, in qualità di dipendente? (Magari la risposta è che non avrebbe potuto farlo per questioni tecniche, visto che c’è un controricorso sul suo reintegro in corso). In ogni caso, questo mi fa pensare: non che se ne vada e che gli diano dei soldi (dovuti e nemmeno molti, ripeto) per farlo, ma quella collaborazione esterna, oltretutto molto remunerata.

Perché da un lato non mi pare in linea con le battaglie ideologiche di Santoro, ma su questo forse mi sbaglio o pongo male la questione. E poi perché c’è dietro una considerazione spicciola, che quelli della mia età che fanno il mio mestiere non possono non fare: finché la Rai quei dieci milioni di euro li dà a Santoro spazio e soldi per i giovani non ce ne saranno mai. E hai voglia a raccontare di come se la passano male in fabbrica finché fingi di ignorare cosa succede nel cortile di casa tua.

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sulle intercettazioni e l’impegno

Questa mattina ho mandato questa mail a un gruppo di amici, molto diversi per età, professione e dislocazione geografica. La condivido qui e attendo risposte, nel caso voleste dare il vostro contributo.

cari tutti,
ho appena terminato di leggere l’editoriale di Ezio Mauro sulla questione delle intercettazioni, che spiega il problema e il disegno sottostante con estrema chiarezza e linearità.
Quello che mi stupisce in questo contesto è il silenzio della società civile. Può essere che le persone non siano sufficientemente informate – ancor meno del solito, che già è pochissimo – o può essere che non si rendano conto della portata della cosa fino in fondo; in pochissimi, d’altra parte, si sono presi la briga di spiegarla. Nel 2002 la CGIL riuscì nella battaglia contro l’abrogazione dell’Art 18 dando vita a uno straordinario momento di partecipazione collettiva; l’anno precedente i Girotondini e il “resistere, resistere, resistere” di Borrelli aprirono la stagione dei movimenti, che per un breve periodo fece sognare l’Italia di avere ancora una società civile forte, consapevole e orgogliosa. Oggi tutto tace, e questo mi spaventa molto.
Chi oggi ha più di 50 anni può anche decidere di disinteressarsene, forse più preoccupato a difendere la propria pensione per poi scappare su un’isoletta dei tropici (o anche solo nella veranda di casa propria); noi, che comunque la pensione difficilmente la vedremo, no. Chi oggi ha dai 20 ai 40 anni dovrebbe scendere in piazza e dire che non ci sta; dovremmo dire che non siamo addormentati, che siamo consapevoli di quello che stanno cercando di fare, che di vivere in un Paese così no, non ci va. E siccome non sempre si può scappare, bisogna riformarlo dal basso, almeno fino a dove si può.
Non è uno scavalcamento della politica, è essere noi stessi politica, così come l’etimologia della parola la ha sempre intesa.
Se nessuno fa niente, qualcosa lo dovremmo fare noi. Spiegare alla gente, parlare alle assemblee di quartiere, organizzare manifestazioni. Non parlo di un impegno astratto, ma di un impegno concretissimo e anche molto “umile”, che non sia accantonato in virtù del lavoro, dei figli, della moglie, della stanchezza che già si vive tutti i giorni nel cercare faticosamente di fare la propria strada: perché a furia di averlo accantonato, questo è quello che succede.
Alcune situazioni sono senza ritorno, e l’Italia ha da tempo imboccato una di queste. La legge sulle intercettazioni potrebbe essere il colpo di grazia. Noi dovremmo fare qualcosa.
Le persone cui mando questa mail sono molto diverse per età, occupazione e residenza, ma sono convinta che tutte potrebbero e dovrebbero dare il proprio contributo per fermare la deriva, senza aspettare che lo faccia qualcun’altro – giornali, politica o sindacati. Noi a Milano potremmo iniziare con l’organizzare delle manifestazioni o delle serate di informazione, chiamando esperti che spieghino il problema. Ognuno nel proprio posto può fare qualcosa.
Lamentarsi dopo serve a poco, ed è una tendenza troppo diffusa.
Un abbraccio
Gea

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eventually

Here comes the sun.

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odio

A Milano da qualche giorno va molto di moda questa roba qua.

update. Ah, c’è anche questo. Con sensibilità molto poco femminista, il mio preferito è quello sotto.

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domande che tolgono il sonno # 1

Ma Bruno Sacchi della III C, cos’altro ha fatto tutta la vita oltre all’usciere di Forum?

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l’uomo nuovo

Sto seguendo con molta attenzione la vicenda di Clegg, in Gran Bretagna. Da giorni penso che dovrei scriverne qualcosa, non fosse altro perché i reportage dei quotidiani italiani sono al limite dell’imbarazzante: basta dare un occhio a quelli inglesi per rendersi conto di quanto ci si darebbe da dire e non viene detto. La favolosa vita del corrispondente.

Clegg è il quarantatreenne (ripeto: qua-ran-ta-tre-en-ne) leader dei Liberali britannici, il famoso terzo partito nato da una costola del Labour decenni fa, che si candida a rivoluzionare lo scenario politico dopo aver sconvolto una campagna elettorale che sembrava già tracciata e stabilita senza possibilità di errori (ricordo articoli datati 2008: “Novità tra i Tory: il giovanissimo Cameron scelto per battere il Labour alle prossime consultazioni”. Povero Cameron, fa quasi pena oggi). Qualche dato sparso: figlio di un’olandese, sposato con una spagnola, Nick Clegg a 33 anni già lavorava per la UE dopo laurea e specializzazione tra Oxford e Cambridge; europeista convinto, parla cinque lingue e vive nei quartieri nord di Londra, quelli cioè dove esistono supermercati, pompe di benzina e deli-pakistani, ovvero dove sta la gente normale.

Si è imposto all’attenzione dei media e della gente guadagnandosi un posto nel primo dibattito televisivo della storia politica britannica; sapendo di non avere niente da perdere è andato tranquillo e sicuro di sé, spiazzando gli altri due e uscendo vincente nella percezione degli spettatori. Da allora è stato un gioco a rialzo nei sondaggi, alimentato dal suo trottare in lungo e in largo per comizi e incontri con chiunque, dagli studenti ai militari. Anche se non è ancora chiaro se sarà lui a prendere più voti nelle consultazioni di giovedì prossimo (i sondaggi dicono di sì, ma c’è un problema di ripartizione dei collegi a favore del Labour; inoltre il segreto dell’urna riserva sempre qualche sorpresa, come gli italiani sanno fin troppo bene), è però chiarissimo che sarà lui l’uomo chiave della prossima legislatura: né i Tory né il Labour potranno probabilmente creare un Governo senza il suo appoggio e se, come appare molto probabile, la “Grande Coalizione” si farà tra i Liberali e i Laburisti, Clegg si prenderà la libertà di mandare via Brown, detestato praticamente da chiunque.

A quelli come noi abituati a barcamenarsi tra le case con vista Colosseo a 3mila euro al metro quadro e i lunghi coltelli affilati nei loft, il personaggio di Nick Clegg sembra arrivare da Plutone, e questo a prescindere dal suo manifesto politico – peraltro molto interessante, anche se un po’ deficitario sul piano della chiarezza economica: regolarizzazione massiccia degli immigrati sul territorio, contenimento del deficit pubblico tramite tagli di spesa, convinta adesione alla UE, ruolo chiave della spesa sociale, spostamento verso un sistema proporzionale. Il Regno Unito è il Paese europeo più ingessato in un bipartitismo che sa di muffa, nonostante la spinta progressista dei primi due mandati di Blair; una nazione – un’isola, in tutti i sensi – ripiegata su se stessa, che guarda all’Europa con un misto di diffidenza e altezzosità, pur senza avere il coraggio di chiamarsene fuori. L’ascesa e la probabile affermazione di uno come Clegg potrebbe mandare in crisi l’intero sistema, portandolo a una svolta epocale.

Il fattore interessante è però come questo sia possibile: l’esistenza stessa dell’uomo nuovo e il suo radicamento tra la gente sono cose sconosciute agli italiani che anelano al bipartitismo come se fosse acqua nel deserto. Da noi di uomini nuovi non se ne vedono in giro da decenni – se si esclude Bossi e l’armata padana, ormai però stabile al potere da 15 anni – e quando qualcuno prova a farsi avanti i partiti sono solerti nel farlo uscire di scena (si veda il tentativo dalemiano di far fuori Vendola in Puglia). E’ certo vero che qualsiasi situazione sembra migliore dall’esterno che dall’interno – lo scandalo dei rimborsi spese britannici due anni fa ha rivelato al mondo che l’abuso di potere non è prerogativa solo degli italiani pizza-mafia e mandolino – ma dire che il terremoto politico inglese assomiglia per noi a una chimera è quantomeno realistico. A leggere i racconti appassionati dei quotidiani d’Oltremanica viene invidia: da noi i soli pezzi appassionati sono i coccodrilli per personaggi che si spengono dopo 60 anni di onorata carriera. Senza che il loro posto venga preso da altri, naturalmente.

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