Archive for April, 2010

se questo è cibo

Partiamo da un assunto: per alcune cose io sono una persona estremamente razionale, con i piedi ben piantati a terra e poco incline al romanticismo. Vivo in una grande città che mi sembra piccola, prendo più aerei che autobus, detesto la montagna senza la neve e qualsiasi posto collocato a più di 50 metri sul livello del mare;  il mio rapporto con la natura si limita sostanzialmente all’acqua, l’unico elemento che davvero mi riporta alla bellezza primordiale (la pianura mi aggrada, ma l’horror vacui mi assale dopo poche ore).
Per concludere lo spregevole quadro di me stessa, aggiungo che non ho praticamente alcun rapporto con animali né li amo particolarmente; nutro simpatia per i cani ma non abbastanza da prendermene in casa uno e fatico a credere alle storie di improvvisi colpi di fulmini tra uomini e bestie – anche se mia madre, che la pensava come me, si innamorò dall’oggi al domani di quelli che sarebbero diventati i suoi cani. Ma dubito fortemente che la storia possa ripetersi (un miracolato in famiglia è più che sufficiente, no?).
Chiarito questo, devo riconoscere che  il mio rapporto con gli animali – meglio, con la loro carne – vive una stagione difficile. Il colpo di grazia me l’ha inferto Eating animals (Se nulla importa), l’ultimo libro di Jonathan Safran Foer, giovanissimo maestro di lettere e fantasia, ma da tempo riflessioni e pensieri covavano sotto le ceneri. Il testo di Foer, vegeteriano non integralista, racconta con il consueto stile delicato ma estremamente immaginifico le sorti degli animali da allevamento. Non si dichiara contro il carnivorismo tout court, ma indaga i moderni sistemi di allevamento degli animali, le farm factory. Qui, per riassumere moltissimo – in rete si trovano tutte le informazioni possibili e immaginabili – volatili, maiali, mucche e tutti gli altri amici della fattoria sono allevati grazie a ritrovati scientifici e tecnologici con il solo obiettivo di crescere molto di più e molto più rapidamente di quanto la natura abbia previsto, così da rendere di più e costare di meno. Elencando alla rinfusa, Foer racconta di ormoni e antibiotici aggiunti ai loro mangimi, di sistemi di illuminazione a giorno che alterano la percezione temporale delle bestie (così le galline fanno uova costantemente), di migliaia di esemplari in poche decine di metri quadrati, di animali morti mescolati a quelli vivi, di bestie lasciate morire e marcire durante il trasporto, di selezione genetica delle specie finalizzata a ottenere unicamente animali più prolifici e resistenti a malanni e virus. Il tutto è estremamente documentato: il libro, frutto di anni di ricerche, ha un ricco appendice con tutti i trattati e le pubblicazioni scientifiche in materia, e Foer stesso si è intrufolato illegalmente in parecchi allevamenti per constatare di persona quello di cui andava narrando.
Accanto a questo aggiunge poi riflessioni sulla natura stessa dell’animale e della sua capacità di soffrire (anch’essa documentata da scienziati di ogni provenienza) e sull’opportunità dell’uomo di considerare alcuni animali come vicini e altri come totalmente estranei (nelle culture occidentali i cani sono più o meno sacri; in India lo stesso vale per le mucche), oltre a inquietanti considerazioni storico-scientifiche su come le moderne tecniche di allevamento siano corresponsabili per moltissime delle mortali forme virali recentemente presentatesi (l’H1N5, per dire) e di disagi quali asma, allergie e intolleranze sempre più comuni. Infine, Foer dà la parola ai detrattori della sua teoria, che spiegano in modo chiaro perché l’allevamento intensivo sia oggi il solo modo per rispondere all’esigenza proteica del mondo, a costi sostenibili per tutti.
Scelgo volontariamente di sorvolare sulla parte sentimentale della cosa – e non sempre senza fatica: alcune delle descrizioni della vita all’interno delle fattorie mi hanno fatto venire voglia di vomitare – e di concentrarmi unicamente su ciò che ha a che vedere con la salute e con l’etica. Perché devo ingollarmi chili di carne farcita di steroidi e antibiotici che indeboliscono il mio sistema immunitario con conseguenze che oggi non siamo nemmeno in grado di valutare? Perché buttare giù composti chimici, residui di animali inceneriti (quelli che muoiono e marciscono all’interno degli allevamenti vengono bruciati e riutilizzati nei mangimi degli altri) e una quantità di mix di farmaci probabilmente devastante? Perché farlo quando, oltretutto, la scienza, i medici e il santo Veronesi ripetono da anni che la carne rossa è potenzialmente cancerogena e andrebbe limitata al massimo? E ancora. Se è vero che gli animali soffrono e sono consapevoli della propria sorte, non è possibile anche che la loro stessa carne assorba il malessere cui la bestia è sottoposta nell’arco della breve vita? E poi: perché riempirmi di carne prodotta a centinaia di chilometri di distanza, alimentando un sistema perverso di trasporto merci, inquinamento ambientale, depauperazione del pianeta?
Una prima risposta a questa serie di domande potrebbe essere la scelta di consumare solo carne da allevamenti “tradizionali”, quelli per dire della bassa mantovana dove il maiale è sacro più o meno come le vacche nei pressi del Gange. Ma, a parte la difficoltà a reperirli in centro a Milano, o nei ristoranti in cui consumo il 97% dei miei pasti, Foer racconta anche di come spesso l’etichetta “bio” sia usata assolutamente a sproposito: per dirne una, la dicitura “allevate a terra”  sulla uova significa solo che la gallina ha avuto diritto magari a una gabbia di 30 per 50 centimetri che poggiava al suolo con una rete a maglie abbastanza larghe da consentire all’aria di circolare, al posto di un comodo loft a tenuta stagna da 20  per 20 centrimetri al decimo piano del condominio stile casermone popolare in cui sono allevate tutte le altre.
Una seconda risposta potrebbe essere smettere di mangiare carne e pesce, ma qui si apre un mondo. Tralasciando gli affettati, cui potrei rinunciare anche solo per la mia tendenza a ingrassare di cinque etti unicamente guardando una fetta di salame, eliminare frutti di mare  e pesce dalla dieta mi costerebbe uno sforzo immane: sono cresciuta in una famiglia in cui la domenica la mamma infilava le aragoste ancora vive nella pentola, e poi chiudeva la porta della cucina per non sentirle piangere (le aragoste piangono, lo sapete, no?). Oltretutto, come si rimpiazza la carne nell’alimentazione da bar quotidiana? Cosa si ordina in pausa pranzo? E la rustichella dell’autogrill alle cinque del mattino? Andando più a fondo, poi, c’è da chiedersi se smettere di mangiare carne non sovverta l’ordine naturale delle cose: non c’è dubbio sul fatto che ai primordi l’uomo fosse carnivoro, e che l’intero sistema sia stato studiato dalla natura o dal vecchio barbuto perché gli umani cacciassero le bestie, che a loro volta cacciavano altre bestie, che a loro volta cacciavano altre bestie e così via, garantendo con un equilibrio delicatissimo la sussistenza di tutti quanti.
Soprattutto, però, il problema che si pone è quello dell’onestà con se stessi. Sono una che vive attaccata all’iPhone, ho un modem wireless a cinque centimetri dal cuscino, guido una Ducati 600 il cui scarico non ha mai visto un filtro antiparticolato, compro vestiti firmati probabilmente prodotti in Cina, le mattine in cui la cervicale mi tormenta mando giù due Oki in un bicchiere d’acqua prima di fare colazione e due subito dopo, per non menzionare poi alcuni eccessi alcolici in cui mi capita di indugiare.
Come si concilia tutto questo con una posizione risoluta e convinta sul vegetarianesimo? Probabilmente non si concilia: o tutto o niente. Ma scegliere il tutto implica diventare un’altra persona, e optare per il niente significa tacere sussulti di coscienza sempre più insistenti.
E quindi?
Sono in attesa di una risposta, o di convincenti riflessioni altrui.
[Colonna sonora di tutti questi pensieri, e loro parte integrante: Mr Wendal, Arrested Develpment, 1992]

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Can you teach me how to dance real slow?

Sto preparando un lungo post sulla musica, ma ci vuole tempo.

Nel frattempo, questa canzone dice molto su quello che mi passa in testa di recente.

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questione di standard

Non so quanti racconti non ho iniziato a scrivere perché mi sembravano banali e già visti. Per non parlare di articoli di giornale: il 95% di quelli che per un istante penso di proporre a qualcuno sono cancellati di lì a poco dalla mia lista mentale. Se l’obiettivo è quello di far passare cose nuove e davvero belle (mi scuso per la pochezza dell’espressione, ma è quella più onnicomprensiva), una forma di autocensura è inevitabile e necessaria, almeno per non finire nel ciarpame che già quasi ci soffoca.

Poi però compro quotidiani e riviste a tonnellate e ci trovo dentro cose tremende: spunti spesso rubati a qualcun’altro, fatti vecchi di giorni presentati come novità, contributi di esperti le cui riflessioni rasentano il livello della discussione da bar. Oltre, naturalmente, alla difficoltà a prendere una posizione chiara e univoca sulle cose.

The Indipendent, quotidiano londinese che normalmente mi piace parecchio, esce oggi dopo un battage bestiale con un restyling e un secondo sfoglio interno – un po’ tipo R2 di Repubblica, per intenderci – strillato in prima pagina con toni più o meno di questo calibro: “The most complete  and inedite set of ideas, opinions, facts and images” e via discorrendo. Tanto per iniziare, si parte con una riflessione su questi giorni di blocco del traffico aereo, affidata a un eminente pensatore  inglese rimasto casualmente incastrato in Finlandia dopo una conferenza. Dopo essersi tonificato nella sauna, aver rinfrancato l’anima con un po’ di vodka d’oltreconfine ed essersi strafogato di tartine di paté di renna – in sostanza quello che sto facendo io; anzi, perché non l’hanno dato da scrivere a me? – il pensatore se ne esce con un diecimila caratteri, virgola più virgola meno, che sostanzialmente dicono questo:

1) abbiamo imparato una lezione: la natura è incontrollabile! (ma dai?)
2) le linee aeree moderne sono profondamente democratiche perché consentono a tutti di viaggiare
3) molte delle merci che oggi viaggiano via aria dovrebbero viaggiare via terra
4) le moderne tecnologie potrebbere consentire alle aziende di ridimensionare il numero di meeting vis à vis in favore di quelli virtuali
5) [corollario del precedente] vedersi faccia a faccia non è la stessa cosa che usare skype

Siete sopraffatti dalla portata del pensiero? Ecco, appunto. Che bisogno c’era di sprecare beni che scarseggiano come carta, tempo (incluso il mio) ed energia per infilare una serie tale di banalità? Alzi la mano chi queste cose non le ha già pensate e, peggio, non ha già deciso che fossero così scontate da non meritare di essere fissate su carta qualificandole come “contributo alla riflessione su un fenomeno”.

Probabilmente è tutta una questione di standard che uno si dà. Probabilmente sono io che sbaglio e dovrei smettere di scartare incipit e idee:  forse il desiderio di fare bene può diventare un ostacolo. Forse, inoltre, la visione dall’interno è fuorviante: tutto ti sembra già detto perché tu hai letto un miliardo di cose che probabilmente gli altri non hanno avuto per le mani, e a quel punto è difficile valutare il reale interesse di una cosa. Però proprio non mi riesce. Accettare il livello minimo, fare le stesse cose di quelli che penso facciano male, mi sembrerebbe una sconfitta.

E non so se sia orgoglio, consapevolezza o, invece, insicurezza.

update l’indomani, The Indipendent ha iniziato un’operazione politica-editoriale che la dice lunga sullo stato di salute del giornalismo oltre la Manica. Chapeau.


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Chi di swing ferisce

[Antefatto. La settimana scorsa Alitalia mi ha perso il bagaglio sia all’andata che a ritorno da Chicago: due volte in meno di dieci giorni. E’ arrivato a Milano appena in tempo perché, senza nemmeno disfarlo, lo caricassi su un nuovo aereo per Londra. Adesso, bloccata a Londra dalla famosa eruzione del vulcano, chiamo il callcenter Alitalia – su loro precisa indicazione – a 0,70 centesimi al minuto e mi tengono in attesa 48 minuti d’orologio; quando finalmente un’addetta mi risponde mi dice che avrei dovuto selezionare il tasto 1 al primo menù di scelta: così non mi può proprio aiutare. Su suo suggerimento, invio una email all’assistenza clienti: ricevo un Out of office automatic reply. Da ultimo, provo a consultare il sito: the server is too busy. Quando si dice un’efficace gestione della crisi].

E quindi bloccata a Londra. Giro con un amico che vive qui e incontriamo un po’ di giovani rampanti neoyuppie della finanza, tutti rigorosamente di stanza tra South Ken e la City, quartieri bene di ragazze con tacco dodici, pochette sotto braccio, capelli lunghi e vestiti luccicanti, accompagnate da giovani uomini di sicura carriera, camicie strette, capelli ben tagliati e vacanze estive già programmate. Figge de famiggia udù de bun che ti peu ammiàle senza u gundun, cantava De André.

Affondati su divanetti di pelle, forse umana, di locali posh dove tre cocktail si pagano con la carta di credito, mi sforzo di chiacchierare con questi amici di amici di cugini di ex compagni di università che ci si ritrova a vedere di quando in quando in virtù della comune condizione di italiani della diaspora. Scopro che hanno poco più di trent’anni e vivono qui già da sei o sette; ci sono arrivati da neolaureati, magari con uno stage in Goldman Sachs, e poi ci sono rimasti, fino a diventare senior analyst più qualche altra parola incomprensibile, che tutto insieme significa che sono quelli che gestiscono fondi, derivati, quattrini e tutte quelle operazioni che complessivamente spostano gli equilibri mondiali, fino ad arrivare al nostro conto in banca, al prezzo della benzina, alla difficoltà di pagare le bollette perché i costi energetici sono schizzati oltre l’immaginabile, a dare a chi ha lavorato per quarant’anni una pensione che sia almeno dignitosa. Poi alle sette escono dall’ufficio, montano su un cab e si ritrovano per qualche drink in questi bar lucidi e lucenti, melting pot del meglio dell’intellighenzia finanziaria che sarà, e parlano di cosmetici e automobili, vacanze e pizze, di come Londra sia difficile da girare e cose così, tremendamente normali.

Storco il naso e risulto antipatica, come sempre mi succede quando mi sforzo di contenere giudizi certamente affrettati su persone che mi risultano a pelle insopportabili. Ma è la mancanza di consapevolezza che mi atterrisce. Non è colpa loro, ovviamente: come nella catena di montaggio, ognuno fa bene il proprio piccolo pezzo di lavoro e magari non si rende nemmeno conto di quale sarà il prodotto  finale. Ancora più ovvio, per chi ha studiato brillantemente economia, marketing e finanza, a 23 anni uno stipendio di parecchie centinaia di pound nelle società più swinging della swinging London è un traguardo (o un punto di partenza) tremendamente meritato. Eppure il risultato finale è questo: una generazione di giovani professionisti tanto efficienti quanto alieni al reale, che si muovono come schegge impazzite sullo sfondo di una città in cui è possibile vivere sempre on the edge, che del doman non v’è certezza.

Leggeranno i giornali? Si porranno le questioni etiche che rimbalzano dalla Casa Bianca alle discussioni dei bar di paese? Avrei voluto chiederglielo ma non l’ho fatto, per paura delle risposte.

[P.S. La scritta della foto è stata scattata all’interno del bagno del Dolphin, Hackeny Road, quartiere popolare dell’East London dei film di Ken Loach che furono; mercati di fiori, ristrutturazioni di ex fabbriche di mattoni rosse, localini accoglienti e colorati, prati enormi e aria frizzante. Se siete in partenza per Londra, fate un salto in Columbia Road e Shoreditch High, e vi sentirete sollevati].

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Pastorale americana

(subtitle: Scarni appunti di viaggio).

Il mio rapporto con l’America oscilla da sempre tra il “te l’avevo detto” e “solo gli stolti non cambiano idea”. Ovvero, tra il rassegnato e l’entusiasta.
Da qualche giorno sono a Chicago per lavoro: non fosse che mangiare un’insalata verde è più difficile che trovare dieci dollari per terra, potrei innamorarmene.

(Il fatto che sia la città di Obama ha il suo peso, ma se fosse nato a Milwaukee dubito che mi avrebbe fatto lo stesso effetto).

La mattina mi sveglio alle cinque per il jet lag – sto invecchiando, una volta non mi succedeva – e gironzolo sotto la luce abbacinante del Lago Michigan lungo Millenium Park, dove stanno girando un film: cinque persone diverse vedendomi con una cartina in mano mi chiedono se ho bisogno di aiuto. Mentre pago dei libri da Barneys and Noble la commessa si complimenta sulla scelta dei titoli e chiacchieriamo un po’. In coda per entrare alla Sears Tower la signora davanti a me si offre di comprarmi il biglietto mentre vado a cercare un bagno. In qualsiasi negozio, all’entrata c’è qualcuno che ti saluta e chiede come va, e così all’uscita, anche se non hai comprato niente e magari hai anche sporcato il pavimento.

Poi, c’è lo sport. Tutto quello che c’è da sapere sull’America si può scoprire durante una partita di basket. Meglio dei libri di sociologia, degli articoli di fior fior di corrispondenti, di film che hanno segnato la storia. Ho imparato una cosa: dovunque capiti negli States, la seconda cosa da fare è comprare il biglietto per una partita – c’è sempre un big match, in qualsiasi città americana – e arrivarci un’oretta in anticipo (la prima è leggere il New Yorker, ovviamente).

Dall’obesità come modo di essere, ai marine che si esibiscono nel lancio acrobatico del fucile – giuro, giuro – durante l’intervallo; dai lustrascarpe all’ingresso, alle cheerleader biondissime che firmano poster; dalla musica assordante anche durante la partita, ai ragazzi che girano con i cartelli “Make some noise” per incitare la squadra; dalle famiglie con bambini – tutti rigorosamente sportivi, sorridenti, affabili – ritratto della media, operosa borghesia con il pick up in garage, alle coppie miste che si scattano foto davanti alla panchina dei Bulls. In un big match c’è dentro tutto. Gigantesco, rumoroso spettacolo: l’America stessa.

Eppure. Eppure ci vogliono gli anticorpi per reggere gli States. E un cuore perfettamente funzionante per non avere un’ipercolesterolemia alla seconda settimana di permanenza.

Cose che non tollero. Perché, nonostante gli anni trascorsi, le discussioni a livello mondiale, l’evidenza empirica che la loro alimentazione non funziona, gli americani non riescono a mettere nel piatto del cibo-come-dio-comanda? Mi sento quasi anoressica in un ristorante americano: “Scusi, la carne è cotta nel burro? Ecco no, allora non ce lo metta. E poi un’insalata. No, no, niente condimenti: non è che ha dell’olio normale? E il pane no, senza formaggio fuso sopra. Anzi, lasci stare il pane va, che tanto è cotto nello strutto”. Il cameriere mi guarda pensando a quanto sono rompicoglioni; vorrei dirgli di guardare le sue coronoraie.

Poi c’è questa cosa che da qualche tempo sto cercando di smettere di mangiare carne. Carne di allevamento, e cioè tutta, praticamente (vedasi: Eating animals, Jonathan Safran Foer). Negli States, ancora più che a Londra, questa cosa è sostanzialmente impossibile: perché la bistecca è l’unica cosa in qualche modo sana che si possa ordinare. Qualsiasi altro piatto arriverà cosparso di burro e formaggio fuso e asparagi fritti (anzi, deep fried come sta scritto nei loro menù, come se fried da solo non fosse sufficiente).

E ancora, il buco nero culturale in cui si può sprofondare appena girato l’angolo. Una tizia ieri stava cercando di convincermi che il surriscaldamento globale è solo un’invenzione di chi vuole vendere più pannelli solari a scapito dei petrolieri (per danneggiarli, no?); Sarah Palin va in Tv a dire che Obama non può parlare di nucleare perché non è un tecnico (come se Kissinger fosse stato un ingegnere dell’atomo) e decine di mentecatti la acclamano come se fosse Jordan sotto canestro. Un collega l’altro giorno mi ha detto: “Cosa volete saperne voi dell’America, abbiamo più giornali noi a New York che voi in tutta l’Italia”: un superomismo sciovinista condito probabilmente con una robusta dose di ignoranza – quando andavo a scuola qui il 97% dei miei compagni non sapeva collocare l’Italia sulla cartina geografica: per la statistica è altamente probabile che qualcuno di questi sia finito a fare il giornalista.

Poi però ti sintonizzi sulla Cnn e senti il Presidente parlare, vedi gli occhi emozionati della speaker nel presentarlo – occhi che brillano di orgoglio – e pensi che solo un posto immensamente grande poteva eleggere una persona così alla Casa Bianca. E per un po’ puoi anche dimenticarti dei panini al burro, della carne da allevamento e del supertestosterone di molti americani.

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Dress up in you

Secondo me questa è un po’ la mia storia.

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