Archive for December, 2009

2009/2010

Milano, 21 dicembre: 30 centrimetri di neve a terra, altrettanti in arrivo nel corso della notte, città in panne e uno strano, beato, silenzio ovattato. Un sms sul mio telefono.
A Bangkok venerdì sono previsti 34,7 gradi. Guarda fuori dalla finestra e dimmi se non ti senti una figa.
Risposta. Mezz’ora fa sono entrata in farmacia  ricoperta di neve, ho comprato una crema solare protezione 40 e il repellente per zanzare più forte sul mercato.

Yes sir, siamo in partenza. Bangkok, Saigon, Delta del Mekong, isola di Pu Quo, Cambogia. Tre settimane di quelle che si ricordano; soprattutto, di quelle che attendo da tempo. Niente iPhone, niente Internet, niente lavoro, niente sms, niente di niente: anni che non stacco così. Non sto nella pelle, letteralmente. Vantaggi collaterali di un viaggio che già di per sé ha moltissimo di vantaggioso: un salto in lungo su tutta la melassa del Natale, il frastuono del cenone, l’angoscia dei regali, il coma iperglicemico indotto da flebo di zuccheri saturi e lipidi nascosti in ogni pietanza. God bless Vietnam.

L’assenza dello stato comatoso alimentare che segue la tre giorni 24-25-26, quando di norma mi rigiro nel letto sudando burro e agognando il tapis roulant, mi impedirà però di fare una cosa: la lista dei propositi per l’anno venturo. Un classico delle notti insonni con le mani sulla panza che lievita, mentre faccio la spola tra il letto e il cassetto della cucina in cerca di un malox, pensando Mai più, giuro che l’anno prossimo me ne chiamo fuori, e da gennaio a dieta!. Segue, nella mezz’ora in cui attendo la quiete dei succhi gastrici, un bilancio sommario dell’anno in procinto di chiudersi, e un elenco di idee e intenzioni per quello a venire. Negli anni, non ho quasi mai avuto la forza di verificare la riuscita effettiva dei propositi nella lista, ma il 2009 in questo senso è stato da record, e vale la pena metterlo nero su bianco.

Banalità a parte – dieta, miglioramento del tono muscolare, acquisto di oggetti a lungo desiderati grazie a un risparmio forsennato (!) – affronto la fine dell’anno con una serenità cui non son abituata, frutto di un percorso emotivo alimentato nei mesi con libri, canzoni, pensieri, stato d’animo vissuti fino all’ultimo respiro, chiacchierate, lacrime liberatorie, lettere scritte e ricevute, pranzi di famiglia, amore puro per la vita, incontri imprevedibili, affetti solidi, amicizie ritrovate, scoperte quotidiane. Cose che probabilmente non sono prerogativa esclusiva dei dodici mesi passati, ma che bisogna riuscire a riconoscere ed esplorare. Ho esplorato abbondantemente la mia emotività nel 2009, mi sono concessa il lusso di vivere ogni momento come arrivava, e di viverne il più possibile. Take it as it comes, è un piccola frase del libro del Tao che ho messo al sicuro nel cuore. Chi deve arrivare arriva, chi deve andare va, qualcuno torna; tu resta quieta di fronte alla vita, abbracciala nella sua interezza.

Sono piccole cose, o forse giganti; sono consapevolezze, in ogni caso, che mi hanno un po’ stravolto i pensieri. E che ho combinato con un altro faro guida di comportamenti e azioni, piccolezza che vale comunque la pena di condividere: Share it all. Non c’è stato un oggetto ricevuto in regalo e che non mi servisse che non abbia dato a qualcuno che invece ne aveva bisogno; l’adagio che i regali non si regalano mi pare una sonora idiozia di fronte all’aiuto reciproco, alla necessità di contenere la sovrapproduzione, di non inquinare oltre il Pianeta. Un amico mi ha chiesto mesi di ospitalità perché in difficoltà economica: non è stato sempre facile stare in due in 35 metri quadrati, ma gliela ho data. Ho raccolto stranieri sbronzi in botta fuori dalle discoteche e li ho riportati a casa alle sei della mattina: è stato divertente. Ho comprato biglietti aerei per alcuni amici per portarli a Londra per il mio 30esimo compleanno e ho chiesto a tutti di non chiedermi se c’è un regalo che voglio, a Natale o per il compleanno o in qualcunque altra occasione, ma di pensare abbastanza a me per sceglierne uno che mi si addica.

Piccolezze, non c’è dubbio.  Madre Teresa continua a essere molto distante, i miei difetti e talune insicurezze sono tutti lì. Ma ho vissuto meglio, e mi va di dirlo. Ragion per cui i miei propositi per il 2010 non sono molti, ma ben circoscritti:

1) Parlare di meno al telefono.
I cellulari sono un mostro le cui conseguenze sulla salute saranno evidenti solo negli anni. Questo spaventoso articolo uscito giovedì su Repubblica la dice lunga. Per me si tratta di uno sforzo sovraumano, contando il lavoro che faccio e quanto la mia vita sia connessa, nel senso che piace a vodafone. Ho iniziato con il tirare fuori l’auricolare dell’iPhone.

2) Smetterla di gridare alla gente in macchina.
Preservazione della specie: prima o poi qualcuno mi mena. L’ho scampata troppe volte prima dei 30, non è detto che la fortuna mi arrida anche dai 30 in poi.

3) Pulire casa da sola, smettere di pagare una signora che mi dà una mano e investire i soldi in un corso di francese.
L’idea di riiniziare a stirarmi le camicie mi fa accapponare la pelle, ma forse posso smettere di indossarle.

4) Correre la mezza ad aprile, in un tempo decente.
Poco da dire: ci vuole tanto allenamento e io di recente non ho mai corso più di tre volte a settimana, scoppiando entro un’ora. La mezza è lontana. Lontanissima.

5) Non smettere mai di cercare.
Come diceva Steve Jobs in quel video, Stay hungry Stay foolish. Il segreto è tutto lì.

Ah. Il mio regalino per voi è questa canzone; ne avrei scelta un’altra, ma il testo era poco in linea con le buone intenzioni che cerco di diffondere. In ogni caso, per superare le ferie, affondate nei Belle and Sebastian. Io lo farò dall’aereo.

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L’onestà morale, questa sconosciuta

La chiave per capire molte cose degli ultimi giorni è in questo articolo di Gabriele Romagnoli; pezzo di colore ma prima ancora (riuscito) tentativo di riportare sul terreno del concreto una discussione che da domenica vola ormai nell’ideologia e forse anche nell’ecumenismo, a giudicare dall’immaginina “L’amore vince sull’odio” con il Cavaliere in posa agiografica diffusa ieri dal Pdl.

Romagnoli, per chi non avesse il tempo di leggerlo, racconta la genesi del “pazzo” Tartaglia: un ragazzo squilibrato, perché inconcludente e incapace di accettare il fallimento, con evidenti fragilità. Un ragazzo che come molti altri trova se stesso (e perde se stesso) sulla Rete, dove può assumere infinite identità, cercare amicizie che nella vita vera non gli riescono, plasmarsi come non è. Finché non incontra una giovine di belle speranze, che inizia a martellare di richieste; quando questa si fa sfuggente, lui si presenta fisicamente davanti a lei, e lei, spaventata, gli intima di scomparire. A lui non restano che i social network ai quali lei è iscritta per spiarne la vita; su uno di questi scopre la passione della donzella per il Cavaliere. Di lì, probabilmente, la vendetta contro chi era riuscito in quello in cui lui aveva fallito: attirarne le attenzioni e la stima.

Che la ricostruzione di Romagnoli, immagino documentata con la consueta serietà, sia corretta o meno, un merito evidente ce l’ha: sgomberare il campo dalla tesi dell’odio politico brandita a più mani come strumento di consenso, di sovvertimento del reale e molto altro ancora.

I dati sono pochi ed estremamente chiari: Tartaglia non era un ideologizzato, non apparteneva a un movimento, era instabile di mente. Il suo gesto non ha nulla a che vedere con quelli che 40 anni fa aprirono gli anni di Piombo o li animarono; nulla in lui, nel suo percorso di vita, nelle sue motivazioni ha qualcosa a che vedere con lo scontro di ideologie che segnò quell’epoca. Questo lo hanno chiarito da subito gli investigatori: perché allora continuare a ricamarci sopra? La risposta che mi viene in mente, abbastanza semplice, è che conviene: il clima incandescente e il pericolo terrorista sono strumentalizzazioni fatte e finite. Siccome non ho la pretesa di avere la risposta giusta, ammetto che possa non essere così; resta il fatto che, date le premesse, l’odio politico è chiamato in causa in modo inopportuno, quale che ne sia la ragione.

Una sola cosa riporta a quell’epoca: la difficoltà di molti (come all’epoca dell’assassinio Calabresi o dei primi episodi di terrorismo) di condannare senza appello la violenza. Un errore esiziale. Strizzare l’occhio a questi comportamenti è pericoloso, perché abbassa le difese immunitarie che vanno erette contro l’accettazione di qualsiasi violenza.

Condannare con fermezza la violenza non significa però essere buonisti, o sottacere il ruolo cruciale di buona parte della destra pidiellina nel creare il clima incandescente che molto spaventa. Il Presidente Napolitano ieri ha invitato tutti a darsi una calmata e a recuperare toni civili; Cicchitto aveva appena finito di applaudirlo quando ha accusato Repubblica di essere la mano che ha armato l’aggressore del premier. E, giusto per distendere gli animi, quando Antonio Di Pietro ha preso la parola in Parlamento, il Pdl è uscito dall’aula.

Due esempi potrebbero essere sufficienti, ma basta sfogliare a caso qualsiasi quotidiano degli ultimi mesi per leggere dichiarazioni che sanno essere aggressive quasi quanto la statuetta del Duomo sbattuta in faccia a Berlusconi; tanto per fare un breve excursus: quel “coglioni” rivolto da Berlusconi alla metà degli italiani che non votano per lui; “matti antropologicamente diversi dal resto della razza umana detto ai magistrati (sempre il Premier); “sinistra di merda” che deve “morire” (ministro Brunetta); Bossi e i suoi “300 uomini armati dalle valli della Bergamasca”, con la minaccia di “oliare i kalashnikov”, di usare “fucili e mitra, per concludere in stile western “siamo veloci di mano e di pallottole che da noi costano 300 lire”.

C’è bisogno di aggiungere altro?

Per concludere, se per caso non pensassi che il Pdl sta cercando di stumentalizzare la situazione, questa dichiarazione di Cicchitto (sempre lui, sic), ieri mi ha chiarito le cose: “L’episodio dimostra la necessità di intervenire sulla giustizia: l’uso politico della giustizia è stato il cancro responsabile della fine della Prima Repubblica”.

Non le mazzette, non Mario Chiesa colto in flagrante, non Craxi scappato ad Hammamet per la vergogna (e per non fare la galera), non i puff di Poggiolini farciti di banconote. No. Figuriamoci.

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Lpnc: ode, inno, momento iniziatico

Due cose possono far decollare o compromettere irreparabilmente il mio stato d’animo di prima mattina: il tempo e la musica. Sul primo, ça va sans dir, non c’è molto che possa fare, specie considerato che a Milano da ottobre a febbraio il cielo è normalmente espressivo come un blocco di ghisa; la situazione migliora in estate, ma esiste comunque il rischio che la constatazione di dover andare a lavorare mentre il sole si alza su mare e spiagge riesca a deprimermi in modo inconsolabile. La gravosa incombenza di trainare il mio umore, insomma, spetta solo all’amico iPod.

Dati i fatti, molte persone sane di mente correrebbero ai ripari alternativamente andando a vivere nel Caribe (opzione inverosimile) o scegliendo con accuratezza la playlist mattutina (opzione verosimile). Ma con quale perdita? Indovinare cosa uscirà dalle casse una volta cliccato su shuffle songs è uno dei piaceri più grossi della vita, un brivido di suspance simile all’apertura di un regalo inatteso: magari è una cagata pazzesca, magari invece la persona in questione ti conosce talmente bene da aver scelto qualcosa che volevi da tempo. Può essere anche che abbia azzeccato solo per fortuna, comunque sempre parecchio gradita. Di fatto, traslando la metafora, non ho mai capito – e le mie infime nozioni di matematica e qualsiasi cosa le sia affine mai mi consentiranno di capire – quale sia la logica secondo cui l’iPod butta fuori la prima canzone: perché è chiaro che c’è un algoritmo dietro (fino a lì ci arrivo anche io) ma è innegabile anche che a volte l’amico lettore sembra sapere proprio di cosa hai bisogno, e ti stende o ti tira su con colpi perfetti, precisi, mirati, diretti. Tanto per dire, Hallelujah – versione Jeff Buckley, mi perdonino i puristi di Leonard Cohen – buttata lì nelle notti insonni e popolate di pensieri, o Il cielo è sempre più blu mentre prendi la moto per andare al mare: sono cose che fanno la differenza.

Insomma, sul finire dell’anno è tempo di tirare le fila di tutte le canzoni che nei dodici mesi trascorsi sono state cruciali; nella buona e nella cattiva sorte, in ricchezza e in povertà, in salute e in malattia. Il bilancio non è semplice: come insegna Nick Hornby, le classifiche sono tra i compiti più ardui con cui confrontarsi. Stabilire le dieci canzoni dell’anno potrebbe farmi ammattire, oltre a indurmi infiniti ripensamenti, con un senso di colpa nei confronti dei meritevoli ingiustamente esclusi (per esempio: Weird Fishes merita ancora un posto nella top ten del 2009? Ormai è vecchiotta. Epperò).

Così da qualche giorno mi aggiro con un bigliettino sul quale appunto titoli, momenti, ritornelli. Il criterio è semplice, ed è l’unico che mi pare verosimile: dentro ci finiscono le canzoni fondamentali nel mio 2009, non del 2009. Voglio dire: molte di queste sono vecchie di anni, un paio nuove, altre non le avrei neppure sapute datare prima di dare una scorsa a Wikipedia. Sono canzoni italiane, straniere, di cantautori, cover, punkettone, sdolcinate, energetiche, spazza-anima. C’è di tutto insomma. Una raccolta di momenti tradotti in musica.

La lista, ovviamente, ha una spiegazione, che mi premuro di fornire; non può essere una spiegazione razionale, come del tutto evidente. E, d’altra parte, prima di prendere in mano le canzoni una a una, ci tengo solo a precisare che non c’è alcuna graduatoria, eccezione fatta per la prima classificata. Fake plastic trees è la mia canzone dell’anno, e se oggi potessi portare una sola canzone su un’isola deserta con me, bè, sarebbe quella.

Fake plastic trees (Radiohead, 1995). Dentro c’è un mondo intero. Giocattoli cinesi, ambienti stretti, colori fluo, notti insonni, una sensualità urlata, dolore che si fa materia. L’ho ascoltata credo almeno 3 volte ogni giorno del 2009.

Bette Davis eyes (Kim Carnes, 1981). Sublimazione dell’energia. Benessere, tonicità, presura bene. Un week end in campeggio in Valsesia, lunghissime notti d’estate, tra il Beppo e il portone di casa mia. Le urla della mia vicina alle sei di mattina quella volta che proprio, proprio, proprio abbiamo esagerato.

The man in me (Bob Dylan, 1970). Quel Lalalalala-lalalala-lalalaa dice tutto. Un classico di sempre: inizia la canzone e io e Renatino inziamo a gridare il lalalalala come i pazzi. Cantiamo la prima strofa a squarciagola, poi basta. L’obiettivo del 2010 è imparare anche la seconda.

I gotta feeling (Black Eyes Peas, 2009). A parte quel video incredibile girato a Chicago (si sussurra che ci sia la mano dell’amico Furnari sotto), c’è poco da dire: è la canzone della presura bene, del pompa il canotto, di quando non smetti più di saltare ballare bere ridere.

Meraviglioso (Domenico Modugno, 1967). Meraviglioso perfino il tuo dolore/potrà apparire poi meraviglioso/Ma guarda intorno a te/che doni ti hanno fatto/ti hanno inventato il mare/Tu dici non ho niente/Ti sembra niente il sole/La vita/l’amore. C’è bisogno di aggiungere altro?

Per dimenticare (Zero Assoluto, 2009). C’è quel motivetto lì, che ti si pianta in testa e fa allegria. E poi dentro c’è anche una storiella che in fin dei conti è stata sempre più vera con l’avanzare di un’estate in cui mai una volta ho pensato di avere quasi 30 anni.

Human (The Killers, 2008). Uno dei testi più demenziali che si siano letti, ma con un’energia complessiva che ho usato come doping mentre imparavo a correre, giorno dopo giorno. Pump up the volume.

Me and Bobby Mc Gee (Janis Joplin, 1970). Freedom is just anothe word for nothin left to loose. Ho provato a farlo capire a una persona cui ho voluto bene, ma non ha funzionato. La canzone, comunque, resta imprescindibile.

Man on the moon (Rem, 1993). Andy Kaufman e lo spirito Dada. La teoria dello spariglio. Tutto e il contrario di tutto, per sentirsi sempre leggeri. È possibile, if you believe they put a man on the moon.

L.p.nc. (feat. A.M, 1998?). L.p.n.c., ovvero la pizza nel culo. Un caposaldo della nostra estate, un faro guida, un modo di essere. Come quella notte di Ferragosto in cui credevamo di essere a Laguna Blu e, mentre  facevamo il bagno nudi come mamma ci ha fatto nell’oscurità totale, qualcuno ci ha rubato tutto quello che possedevamo. Ode, inno, momento iniziatico.

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you can feel it

Non ho mai creduto alla teoria secondo cui gli oggetti parlano. Che si tratti di un quadro, di un abito o di un libro, sono troppo pragmatica e amante del razionale per pensare che un campo bioenergetico si crei tra te e l’oggetto della contemplazione, intimandone l’acquisto, lo scorrere di lacrime, l’urgenza del possesso e varie ed eventuali. Semplicemente, direi, c’è un gusto del bello o una fascinazione per alcuni soggetti che tutti abbiamo a guidare le nostre scelte.

È seguendo questo criterio che qualche mese fa ho scrollato la polvere dalla copertina di un libro sepolto in una bancarella di Covent Garden, London town. Decine di microscopici puntini brillanti splendevano sulla cover bianca, e una sola scritta, pulita, recitava: A million little pieces. Bingo. Sul retro, un paio di commenti sbalorditivi del New Yorker e di Bret Easton Ellis avrebbero convinto ad acquistarlo anche un analfabeta.

Me lo sono portato a casa e ho aspettato qualche settimana prima di prenderlo in mano. La sera che è successo, però, non sono più stata in grado di mollarlo. Ero in partenza per la Germania, con un aereo alle 7 am: alle 4 stavo ancora leggendo sotto le coperte. Ho letto in aereo, rannicchiata vicino al finestrino, con qualche lacrima a scorrere furtiva. Ho letto dopo l’intervista, sul taxi, la sera in albergo, la mattina prima di ripartire. Ho letto, e mentre leggevo assorbivo per osmosi un modo di pensare e di essere forti e coraggiosi; un dolore che è rinascita; una rinascita che è paura.

James Frey usa pochissima punteggiatura. I suoi libri sono sussurri e grida; le parole si accavallano sulla pagina, si rincorrono, accelerano d’improvviso come un respiro affannoso. James Frey usa parole semplicissime per dire cose enormi, come la morte, l’amicizia e l’amore. James Frey, soprattutto, è quello che scrive: la storia che racconta – almeno in A million little pieces – è quella incredibile della sua vita.

Una vita che inizia a sfasciarsi a 13 anni con la dipendenza dagli alcolici e diventa dolore allo stato puro intorno ai 17, quando alcol, cocaina e crack prendono il sopravvento. Il libro è la storia di un recupero che inizia sfiorando la morte, e che la accarezza ancora molte e molte volte nel suo dipanarsi. È una storia che passa attraverso la galera, incontri importanti, un talento da scoprire, un istituto di riabilitazione, amici poco raccomandabili. È, infine, un percorso, in cui la traiettoria di James – protagonista nonché autore – finisce con il coincidere con quella di chi legge, in un equilibrio delicato di messaggi e attese. A patto di volerli o saperli cogliere.

Frey è stato per me lo stesso buco nero di emozioni che fu Tabucchi alla sua scoperta, moltissimi anni fa: il desiderio quasi morboso di nurtirmi di parole, di dischiudere l’anima, di cadere a ogni pagina e scoprire come rialzarsi a quella successiva. Frey mi ha dato alcune risposte, che forse erano lì da sempre, ma ancora non avevo afferrato. Insomma, mi ha parlato.

Non è stato sufficiente per cambiare la mia opinione circa il dialogo con gli oggetti, ma abbastanza per comprare a scatola chiusa qualsiasi cosa abbia scritto dopo. In aereo ieri ho finito My friend Leonard, proseguimento del primo.

Oggi mi sento a rota, orfana di qualcosa. Ma ricca, calma, distesa.

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Lasciate ogni speranza voi ch’entrate

PierLuigi Celli, direttore dell’Università Luiss di simpatie sinistrorse, ha pubblicato qualche giorno fa una lettera che ha destato grande scalpore.  Fornendo giustificazioni tanto vere quanto non completamente rilevanti, Celli raccomandava a cuore aperto al proprio figlio  – e per traslato a tutti i giovani – di fare quello che chiunque può già fa: impacchettare le proprie cose e darsela a gambe. In Italia non c’è futuro, lasciate ogni speranza e cercate il vostro destino all’estero: questo il sunto. Non propriamente una novità, ma di un certo impatto detto da chi rappresenta l’istruzione e il viatico al mondo del lavoro.

Alla sua lettera – accorata e un po’ stucchevole, secondo il mio sindacabile parere – ha risposto oggi Benedetta Tobagi, 32enne, candidata nelle liste del PD alle ultime provinciali milanesi ma, soprattutto, figlia del Walter firma di punta del Corsera assassinato dalla Brigata XXVIII Marzo nell’80. La Tobagi ha risposto dicendo, per sommi capi, che è sbagliato incitare a scappare: chi ha il coraggio resta e resiste, rovescia la situazione del Paese, combatte con le unghie e con i denti. All’estero – continua – ci si vada per fare esperienza e a divertirsi, ma la nostra casa è l’Italia.

Lo scambio, pur esaltato da molti, mi pare un perfetto esempio di cosa non va nel Paese, condensato in due missive ai giornali apparentemente cariche di buone intenzioni se non addirittura di rimedi ai mali collettivi.

La prima cosa che mi ha fatto saltare la mosca al naso – non è vero, non è la prima, ma siccome la prima è troppo personale la faccio scalare in graduatoria – è l’ipocrisia di Celli, che si trincera dietro a fatti inconfutabili ma non certo vero cuore del malessere dell’italiano (la lentezza della burocrazia, per esempio). Mi è sembrato che per non addentrarsi in uno spinoso ginepraio politico Celli tergiversasse, indicando fattori reali come elementi decisivi e sorvolando su altri che decisivi lo sono davvero.

Soprattutto, però, Celli trascura un dato: andare all’estero, oggi come ieri come domani, è un privilegio per pochi. Non bastano una laurea, un master e la conoscenza di alcune lingue straniere (tre elementi, in ogni caso, non proprio alla portata di tutti): ci vuole anche una solidità economica – che di certo non può essere prerogativa del 25enne alle prime armi – per mantenersi fuori confine; ci vuole la fortuna di incontrare le richieste di un mercato del lavoro che non si conosce (a meno di non diventare tutti ingegneri o venditori, i cui servigi sono richiesti un po’ ovunque: stiamo però allora consigliando ai ragazzi di rinunciare a tutte le professioni di ispirazione “umanistica?”); ci vuole il supporto, finanziario e morale, della famiglia d’origine. Insomma, la strada indicata da Celli è quella da sempre riservata alla buona borghesia, destinata a produrre nuova borghesia. Una scelta di classe, in qualche modo.

La risposta della Tobagi, per contro, è figlia di un idealismo che non ha nulla a che vedere con le condizioni reali del Paese. Resistere per rovesciare le condizioni: ma di che stiamo parlando? Lo sa la Tobagi che in Italia prima di un contratto di assunzione ci vogliono 12 mesi di stage gratuiti e tre anni di cococopro a cinque, seicento euro mensili? Lo sa che durante stage e cococopro i datori di lavoro ti trattano come un dipendente a tutti gli effetti salvo non darti alcuna delle tutele che spettano al dipendente? Lo sa la Tobagi quanti sono i posti disponibili oggi in Italia per professioni qualificate e quante le domande? Lo sa quali sono le barriere all’ingresso in moltissimi settori?

Sto su un campo che conosco – e che, almeno per alcuni versi, immagino conosca anche lei – il giornalismo. In Italia ci sono 180mila giornalisti professionisti per 17mila posti da assunto. Diventare giornalista professionista significa, oltre a pagare un obolo di 1.000 euro circa all’ordine nazionale (corsi obbligatori di formazione, tasse di iscrizione all’esame, libri da comprare ecc ecc.), che qualcuno ti abbia assunto come praticante nei due anni precedenti: un’ipotesi così remota che per colmare il vuoto sono state istituite delle scuole di giornalismo, dove con la modica cifra di 15mila euro e due anni di alterna frequenza chiunque può comprarsi l’accesso ai banchi d’esame.

Detto questo – e finalmente arrivo al punto – il 95% dei giornalisti professionisti non avranno mai la soddisfazione di vedere un proprio scritto sulla prima pagina di Repubblica. Nessuno di noi, svegliandosi una mattina con l’impellente desiderio di rispondere a Celli, potrebbe pensare di recapitare a Ezio Mauro 5mila battute pulite pulite, destinate al taglio basso dell’indomani. Benedetta Tobagi – che non conosco e cui non voglio mancare di rispetto, ma che calza perfettamente come esempio – lo può fare perché suo padre quasi 30 anni fa è stato assassinato dai terroristi. Per quello lo può fare: perché si chiama Tobagi.

E torniamo così al principio. Quanta voglia avrei io – giornalista professionista alla soglia dei 30 anni, cresciuta tra l’America, la Spagna e l’Italia – di andare all’estero a lavorare? Tantissima. Quante possibiltà ci sono oggi che un quotidiano assuma dei corrispondenti? Zero. Ma non zero per dire: uno zero certificato dallo stato di crisi che blocca qualsiasi assunzione per due anni. Quante possibilità ci sono che questo mio post finisca domani sulla prima di Repubblica? Praticamente zero. Forse perché non me lo merito, in ogni caso di certo Ezio Mauro non mi conosce, nonostante di Cv al suo giornale ne abbia scritti miloni.

Ecco allora quello che Celli e la Tobagi non dicono: a noi non manca la voglia e il coraggio di provare. A noi hanno tolto la possibilità di provare. I 60enni che oggi ci consigliano di lasciare il Paese sono gli stessi che ne hanno sfruttato ogni possibilità, hanno fatto carriera, percepito immense retribuzioni, che possono contare su solide e sicure pensioni. Sono gli stessi il costo del cui stipendio impedisce di assumere giovani; sono gli stessi che danno buoni consigli avendo dato il cattivo esempio. Io da questa gente mi sento presa in giro; vorrei scriverlo sui muri: “Ci avete rubato il futuro”. Forse non era colpa vostra, forse non lo sapevate, forse non lo avete fatto intenzionalmente: ma siccome oggi non siete disposti a staccarvi dalle poltrone per fare posto a noi, almeno smettetela di darci saggi consigli.

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1969/1972

C’è una parte della storia d’Italia da cui sono profondamente coinvolta; curiosamente, coincide con il periodo più nero della recente vita repubblicana.

Sono gli anni caldi che si aprono con la strage di Piazza Fontana – 12 dicembre 1969 – e si chiudono con l’omicidio Calabresi, 1972. È l’inizio di quel vortice che porterà agli anni di piombo; che apre lo stragismo di Stato e il peccato originario di questo Paese. Sono gli anni di una Milano che non ho visto, ma che immagino: una Milano solida, ancora non annacquata nella sua versione da bere, una Milano che confina con la Staliningrado d’Italia (Sesto San Giovanni, roccaforte del Pci e del movimento operaio), una Milano di tensioni politiche e rivoluzionarie. Sono gli anni, infine, in cui si consumano vicende dolorose, drammi individuali che diventano storia: Pinelli, Calabresi.

Il merito di avermi fatto scoprire il valore di quel momento e dei suoi protagonisti (che prima liquidavo con il verso di una canzone dei MCR che oggi non riesco più ad ascoltare: “Anarchici distratti che cadono giù dalle finestre”) è di Mario Calabresi, figlio del commissario assassinato e giornalista, che ha pubblicato il libro forse più toccante che abbia mai letto: Spingendo la notte più in là.

Con la forza e la dignità di chi vuole trasformare il dolore individuale in riflessione collettiva, Calabresi racconta del padre, di Pinelli, di entrambe le famiglie, dei rapporti che li legavano; racconta della sua vita e di quella dei due fratelli, rimasti orfani e con una madre appena 27enne: il più grande, Mario, aveva allora tre anni e l’ultimo ancora non era uscito dal calduccio del ventre materno.

Tratteggia, in modo caldo e sincero, mai volutamente o casualmente patetico, la storia del suo dramma familiare che si fa dramma di un Paese. È un libro che andrebbe letto nelle scuole, regalato ad amici e parenti, distribuito durante le manifestazioni; io ne ho acquistate un paio d’anni fa una dozzina di copie, e le ho donate a molte persone che desideravo lo leggessero.

La moglie di Pinelli, l’anarchico ingiustamente accusato della strage di piazza Fontana e morto in circostanze mai chiarite con un volo dalla stanza del commissariato dove era interrogato, non ha scritto nulla, ma non ha mai smesso di chiedere la verità. Nel 2009 il presidente Napolitano, con un gesto che restituisce dignità alle istituzioni, ha invitato sia lei che la moglie di Calabresi al Quirinale, e ha inserito Pinelli nell’elenco delle vittime di piazza Fontana. A 80 anni passati, Licia Pinelli rilascia poche interviste in occasione della ricorrenza della strage, e con lucidità e compostezza non smette di chiedere che sia fatta chiarezza sulla fine del marito.

Quello che colpisce nelle due famiglie, Pinelli e Calabresi, che la storia ha legato loro malgrado, dipingendole come contrapposte frontalmente, è invece la profonda condivisione, fatta di umanità e dignità rarissime. Sentendole parlare si capisce cosa siano la rettitudine, la tenerezza, la compostezza.

In un Paese sopraffatto dal ciarpame, politico, comunicativo e morale, il messaggio dei Pinelli e dei Calabresi entra nel cuore e sedimenta. Fa crescere un desiderio di cambiamento che non è fuga dal reale, ma urgenza di penetrarlo e stravolgerlo.

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