La nuova droga di New York

In questi giorni a New York sono diventata una tossica di Whole Foods.
Whole Foods è una catena di supermercati biologici – e anche vegetariani, vegani, integrali, chilometro zero e tutti questi aggettivi positivi con cui si può connotare il cibo, e non solo – che qualche mese fa è stata comprata da Amazon per una cifra astronomica, 13 miliardi e rotti di euro. Ne ho scritto recentemente su Pagina99, un articolo che una come me dovrebbe leggere e poi farsi qualche domanda – su se stessa, innanzitutto: ma fare i giornalisti ed essere coerenti mica devono sempre per forza coincidere.
La prima volta che ho passato mezz’ora in un Whole Foods, comunque, è stato proprio per lavoro: ero andata a cercare dei biscotti senza glutine e mi sono bloccata davanti a un muro a cinque ripiani di latte senza lattosio: ce n’erano 59 varietà. Tra l’attonito e lo sgomento ho proseguito e mi sono messa a contare i cereali, poi gli aceti, gli sciroppi e cosi via, con il sospetto che valesse la pena di pensarci su.
Quando sono uscita, ero combattuta tra la fascinazione e il rigetto, entrambi fasciati nella tendenza a ridicolizzare per comprendere: esattamente in cosa saranno diverse le 59 bevande senza lattosio che tanto si sa – io lo so: io le compro, io sono allergica al lattosio – sono unicamente dei surrogati di normalità per chi non vuole o non può caricarsi le calorie del latte intero?
Nei giorni seguenti lo scetticismo non mi ha abbandonato, ma il richiamo delle 59 varietà ha iniziato ad agire con prepotenza su di me: qualsiasi cosa mi servisse, andavo a prenderla nell’immenso WholeFood dietro a casa. Finché ho sostanzialmente smesso di aver bisogno di scuse per passarci delle discrete mezz’ore: una sera ero invitata al ristorante da amici e mentre camminavo lungo la 54Esima quasi ne ero dispiaciuta, pensando al tabuleh libanese che avevo addocchiato la mattina.
Da WholeFood, infatti, puoi prendere la tua scatola di cartone rigorosamente riciclato e riempirla di quello che vuoi: ci sono vasche di broccoli perfettamente verdi e regolari, pomodorini, carciofi tagliati in spicchi perfetti, carote arancioni da mettere il buon umore, spinacini, insalate di tutti i tipi lavate e illuminate da qualche residua gocciolina, come se fosse rugiada e ci trovassimo in un campo dell’Idaho e non nella giungla urbana di Manhattan. Ci sono venti varietà di olive e un Soup Bar in cui scegliere tra sette o otto zuppe del giorno. C’è l’angolo sushi, dove due asiatici preparano al momento: ti puoi sedere e ordinare o prendere una delle vaschette appena fatte, che vanno esaurite ogni mezz’ora, non distante da giganteschi banchi di pesce in cui trionfano granchi da tre chili e il salmone selvatico dell’Alaska. C’è la gastronomia italiana, in cui si trovano i friarielli e il brasato, e quello mediorientale, con l’hummus, il babaganoush e il tabuleh.
Da Whole Foods c’è tutto, ed è tutto bello, buono, ben esposto. Secchi pieni di fiori freschi e piante di orchidee in vaso ti accolgono all’ingresso, alla discesa delle scale mobili che separano il magico mondo organic dal resto del centro commerciale; la colonna musicale è sempre ricercata – Talking Heads, Beck, Patti Smith – e a qualsiasi ora del giorno e della notte ci trovi centinaia di persone che girano per gli scompartimenti e controllano provenienze e prezzi in sneakers e tuta, e pur sotto ai neon e con carrelli strapieni fanno tutta un’altra impressione rispetto alla volgarità di quelli che due piani sopra inseguono con la stessa determinazione scarpe di Jimmi Choo o cereali in scatola.
Perché da Whole Foods ci vanno quelli che alla cassa prima di pagare prendono al volo una copia del New Yorker e magari anche una tesserina da 50 dollari per la beneficenza: come le ricariche telefoniche o quelle per l’Apple store, solo che il valore viene devoluto a una qualche Ong, e tu che hai fatto la spesa da Whole Foods rispettando l’ambiente e la natura e la salute, forgiando la tua levatura morale con l’acquisto consapevole, puoi anche essere buono con un solo gesto alla cassa, senza sforzi, perché  la praticità è la prima qualità dell’uomo moderno. E il sistema, quando non ti può combattere, ti accomoda: vince sempre lui, ma l’importante è che tu non lo percepisca.

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Le mie serate a New York

Poi c’è chi dice chissà cosa fai a New York la sera, i rooftop, le luci, tutta quella gente.
Per esempio quel signore pelato, quello della foto qui sotto, che l’altra sera era il solo in sala con me quando sono arrivata al Lincoln Plaza, sulla Broadway in alto in alto, dove praticamente non è piu la Broadway che quasi tutti hanno in mente.
Erano le 19, avevo passato tutto il pomeriggio in biblioteca per scrivere un pezzo da mandare via e m’è venuta voglia di un filmetto. Ho scelto una sala vicino a casa e, proprio come a Milano, il cinema piu vicino è una specie di adorabile residuato bellico: c’è ancora un tizio che ti vende i biglietti e si scendono le scale per arrivare in questo spazio mai rinnovato dagli Anni 70, con le pareti decorate da poster un po’ sbiaditi di film culto e signori annoiati, appoggiati alle colonne, che controllano i biglietti parlottando tra loro.
Avevo scelto una proiezione ma poi, all’ultimo, ho cambiato idea: e quando è iniziato il film – nel frattempo in sala erano arrivate alla spicciolata qualche coppia e un paio di signore da sole, borghesia dell’Upper West, che legge il giornale aspettando che si abbassino le luci – ho scoperto che era un film francese in lingua originale, sottotitolato in inglese. E tutti ridevano, perché era buffo, e a quelli dell’Upper West pensare a Godard e a Agnes Varda ricorda gli anni della loro libertà, e io ridevo di loro che ridevano e ridevo anche di me lì in mezzo a quella scena woodyalleniana; ma contemporaneamente mi sentivo proprio a casa mia, un po’ perché in America mi sento sempre a casa e un po’ perché io sono proprio quel tipo lì, che a NYC va a vedere un film francese in una sala microscopica lontano dal casino.

Oppure quello – sempre per il capitolo le tue serate a New York – che si iscrive a un corso serale di yoga allo YMCA, un corso il cui maestro è uscito diretto da Harry ti presento Sally, ma la prima parte, quella della fine Anni 70, o magari dai Tenembaum. Un tipo con il fisico un po’ da lattina, piccolo ma molto sodo e molto muscoloso, con dei calzoncini di cotone corti evidentemente senza mutande e una zazzera di capelli che nemmeno Bob Dylan all’epoca. Eravamo in palestra lui e io, un signore obeso che sudava anche solo a muovere le dita – Very good John, very good, just a little more -, uno che respirava con la stessa intensità sonora della Quinta strada, una settantenne ultra tonica che cercava di richiamare l’attenzione dell’istruttore, una ragazza di colore incredibilmente più impedita di me e un’indiana che a metà ha abbandonato il corso, poco prima che ci facesse mettere le gambe dietro la schiena e che io rischiassi di non alzarmi mai più da quella posizione.

Così passo le mie serate a New York, insomma. E come si sta bene.

 

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Dispacci, India – Madurai #11

C’è gente in giro che chiede se è vera la leggenda per cui il couchsurfing serva a trovare qualcuno con cui andare a letto; esistono persino articoli di giornale un po’ sciocchi che ne parlano. 

È evidente che chi li ha scritti non ha mai fatto couchsurfing: altrimenti saprebbe che la prima cosa che si fa in un altro continente, dopo aver incontrato la propria amica-couch, è chiedere il contatto del miglior medico ayurvedico in città, per trovarsi qualche ora dopo seduti in attesa del proprio turno per un massaggio terapeutico in uno studio che non ha mai visto un interior design e nemmeno l’Ikea (forse neppure straccio e spazzolone, ma il caos polveroso e marcescente delle strade indiane finisce col rendere sfumati i contorni delle cose: è difficile dire quando un posto è semplicemente realmente sporco o quando è sommariamente pulito ma segnato dal tempo, dal numero di persone che ci sono passate, dalle cianfrusaglie che lo adornano, dalle divise lise e dai piedi consumati di chi si trova al suo interno).

 Il messaggio ayurvedico, dicono quelli che se ne intendono, ai quali non appartengo, è una specie di cura ominicomprensiva, che se praticata con la giusta frequenza può rimettere in sesto quasi tutto. Non provarlo sarebbe da fessi.

Non so, e nessuno mi ha detto, se in altri posti del mondo o anche solo dell’India le massaggiatrici ti facciano stendere su qualcosa di più confortevole del siluro convesso di legno massiccio sul quale invece hanno spiaggiato me, mentre mi ricoprono di olio da un colino (lo stesso che in Italia si usa per le ceretta: per un secondo ho temuto stessero per spiumarmi viva) a partire dai capelli fino alla punta dell’alluce.

Ma dopo poco ho la consistenza di una foca, e quando iniziano a farmi girare da un lato all’altro del corpo scivolo via dal siluro convesso, picchiando in tutti i lati e scatenando nelle due risate che si fanno progressivamente più intense e non nascondibili. Per completare le confessioni dell’occidentale vorrei-essere-migliore-di-come-sono, una delle due ragazzine è devastata dal raffreddore e mi strofina vigorosamente l’olio con le stesse mani con cui ogni quaranta secondi si tocca sotto al naso per pulirsi il moccolo, e son costretta a distogliere lo sguardo dopo aver chiesto vanamente tre o quattro volte You sick?

Quando ormai mi si potrebbe strizzare ottenendone brandelli di pelle e lardo di balena, le massaggiatrici mi sollevano in posizione eretta sul siluro convesso, a mo’ di soprammobile basculante col fondo rotondo pieno di sabbia, e annunciano che è il momento del bagno di vapore. Mi accingo dunque a camminare verso una stanzetta a mo’ di bagno turco, magari spartana ma rilassante. Invece mi infilano a forza dentro una scatola di legno, con un buco per far uscire la testa. La situazione è simile a quella del gioco di prestigio in cui il mago ti blinda dentro una scatola e sega a metà: solo che nel mio caso il parallelepipedo di legno è riscaldato da non so che, dentro la temperatura è di sessanta gradi almeno, ed essendo io bassa a stento riesco a far emergere tutto il collo dal cubo infernale. Quando la signorina con il raffreddore chiude l’ultima asse della cassa mi prende qualcosa di simile a un attacco di panico, e medito di dare un calcio alla scatola e uscire: loro mi guardano come fossi un animale strano, chiedono conferma del mio stato in lingua Tamil, rispondo in italiano: se parlassi inglese il risultato sarebbe uguale. 

A gesti, una delle due mi spiega che devo stare dentro circa 10 minuti, e fa per abbandonare la stanza: la fermo con un suono gutturale, ché nemmeno quando a sette anni credevo nelle fiamme dell’inferno, con tutta la potenza immaginifica dell’infanzia, riuscivo a concepire una situazione peggiore. 

Dopo tre minuti, sto sudando ruscelli in piena: li sento staccarsi da un determinato punto del corpo, come se fosse la montagna, e percorrere la pelle a mo’ di valle sotto al Gran Canyon, per poi gocciolarmi sui piedi (la scatola sarà larga 60 per 70 per 100 centimetri, o giù di lì), già fradici. Al quinto minuto, i ruscelli iniziano a staccarsi anche dalla fronte, mi finiscono sugli occhi, appannano la vista già provata dal vapore: vorrei pulirmi la faccia ma ho le braccia incastrate nella scatola infernale, inizio a soffiare manifestando un disagio che la massaggiatrice in nessun modo è disposta ad alleviare. Ancora cinque minuti, mi fa capire, e sta diventando una prova di carattere, più che di forza. Al settimo minuto, i ruscelli sono diventati fiumi, con la portata del Tamigi: faccio in tempo a pensare che sto per morire disidratata, o che almeno sverrò a breve, prima di supplicare la ragazza col raffreddore di tirarmi fuori, Stop!, stop!!, stop!!!

Una volta liberata, ho il diritto di fare la doccia per riprendermi: mi indicano una stanza piena di secchi d’acqua, che mi verso addosso generosamente. Nel frattempo, la mia biancheria è fradicia e inservibile: devono essersi dimenticati di darmi quella di carta. O forse non esiste. 

Mi invitano a rivestirmi, come se tutto fosse a posto: ho la pressione così bassa che impiego circa 10 minuti, mentre uno specchio arrugginito e appannato mi rimanda il volto di una tipa sconvolta, i cui capelli sarebbero biondi se non fossero arruffati in un unico dread, con borse sotto agli occhi che toccano il mento.

Tutto bene il massaggio?, mi chiederà con entusiasmo la couchsurfer ore dopo. 

Oh yeah!

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Dispacci, India – Madurai #10

L’India è anche quel Paese in cui per prendere un treno devi prenotare tre giorni prima, oppure accettare di fare a gomitate con decine di indiani, anche loro senza posto e quasi certamente senza biglietto, carichi di stracci e di diffidenza verso la donna bianca, per contenderti con loro dieci centimetri di panca dura su cui sedere.

Il treno, infatti, è una scatola metallica di quelle che se ne son viste nei musei alle elementari, fischia come la locomotiva dei film Western, non ha finestrini né porte né bagni, viaggia adagio adagio in prossimità di ogni fermata per consentire ad ambulanti di ogni genere di appendere le loro mercanzie ai giunti dei vagoni e di saltare dentro per fare affari.

Dentro si trova un’umanità assortita, che dice delle disuguaglianze e del razzismo del Paese più di mille libri. Giovani occidentalizzati ma non abbastanza da parlare un inglese comprensibile ascoltano musica sullo smartphone, svolgendo e riavvolgendo con cura maniacale le cuffie Apple nella propria custodia (gli auricolari sono originali; il telefono no); una ragazza musulmana si rifiuta di aver vicino donne bianche; gruppi di persone si tengono i posti a vicenda e scacciano chi non è dei loro; un’anziana scalza fruga con un bastone sotto ai sedile in cerca di cibo, poi si sdraia per terra nell’indifferenza generale e per ore tutti la scavalcheranno calpestandola un po’ (le ho offerto il mio posto, non l’ha preso); un ragazzo con i piedi (scalzi) piagati resta in piedi un po’ perché nessuno gli fa spazio, poi si arrampica nel vano bagagli e si addormenta. 

Tutto intorno, sotto a vecchi ventilatori che penzolano dal soffitto, chi può si allunga sui sedili duri come il legno, nel sudiciume generale, e prende sonno finché il baccano della stazione successiva o l’odore della polvere di ferro che si leva dai binari lo costringono a svegliarsi.

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Dispacci, India – Trichy #9

L’India è quel Paese in cui puoi passare il pomeriggio a vedere templi del X secolo godendo di una bellezza maestosamente sconvolgente e poi trovarti alle dieci di sera, in piena città, di fronte a poveri cristi scalzi che scavano buche a bordo strada a mani nude, evitando a stento gli schizzi di fango degli autobus, nell’indifferenza generale.

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Dispacci, India – Auroville #8

Il signore che ci avrebbe ospitato aveva precisato: “La casa è low profile”, e mentre il tuc tuc ci portava ad Auroville avevo quasi paura di capire cosa low profile potesse significare per un indiano. Ma avevo sottovalutato almeno due cose: cos’è Auroville, e chi ci costruisce una casa dentro.
Auroville è “una città utopica, senza moneta, fondata su ideali di uguaglianza e sugli insegnamenti spirituali di Sri Aurobindo”, per sintetizzare tonnellate di scritti e documenti più o meno ufficiali. Fondata nel 1968 da un gruppo di seguaci del guru non distante da Pondicherry, l’enclave francese dove Aurobindo (uomo politico e d’azione prima di diventare guida spirituale) si era rifugiato negli anni della lotta agli inglesi, la città utopica ha avuto da subito ambizioni e cardini così rilevanti da essere l’orgoglio del governo centrale, che la sovvenziona generosamente. Cinquant’anni fa i pionieri presero una collina in cui non c’era nulla e fecero crescere una foresta imponente, nella quale nel corso dei decenni hanno costruito le proprie abitazioni e ogni altra attività: dalla mensa alimentata a pannelli solari in cui gli aurovilliani si ritrovano e mangiano gratuitamente, a scuole, laboratori, campetti sportivi, teatri e negozietti. Fulcro del tutto è il Matrimandir, la palla dorata dentro (e intorno) alla quale ci si riunisce a meditare. Il denaro, teoricamente, è proibito: tutto quello che si produce (e si vende) dentro ad Auroville serve a finanziare la comunità, che distribuisce a ogni membro una specie di paga mensile.
Non serve l’anniversario della summer of love per capire che il progetto negli anni ha attirato persone da tutto il mondo (pare che i massaggiatori non li prendano nemmeno più, tanti ne sono arrivati), e che le cose nei fatti sono un po’ più complicate di così: ma per scriverne bisognerebbe aver chiesto un permesso speciale al capo delle relazioni con il pubblico degli aurovilliani, e se un po’ suona come la burocrazia della Casa Bianca qualche ragione c’è.
In ogni caso, i confini della città sono sfumati: non c’è un perimetro esatto di cosa sia Auroville e, a rilento, nuove costruzioni continuano a nascere per nuovi cittadini (che pagano per la casa che avranno, e poi la lasceranno alla città). Nel frattempo, sulla collina circostante è sorto un po’ di tutto: decine di guest house, un hotel di lusso, gelaterie e pizzerie, ristorantini, negozietti, centri di yoga, massaggi, medicina ayurvedica e via discorrendo, tutti affollati di visitatori ma frequentati anche dagli aurovilliani (che pagano cash, ma a cifre scontate: i soldi in realtà si usano).
Stando alle scarse indicazioni ricevute, casa nostra doveva essere all’inizio della collina, prima che il via vai di vecchie moto, ape car, autobus, macchine, animali randagi, fricchettoni, imprenditori in cerca di affari e viaggiatori in cerca di spirito, diventi frenetico.
E non solo, incredibilmente, l’abbiamo trovata al primo colpo, ma quando il cancello si è aperto ci siamo trovate dentro l’insperabile: un salone enorme arredato con un gusto minimal chic e materiali naturali, una piscina interna (definita molto liricamente “Il luogo delle conversazioni in acqua”, ma l’acqua ancora non c’è), una vasca per pesci rossi – anche lei ancora vuota – che ai pesci rossi apparirà grande quanto l’oceano indiano, svariate camere di ottimo gusto con bagno privato, una sala meditazione, una sala cinema (senza cinema) e una grande cucina, regno del custode nepalese, alloggiato con la moglie in una depandance esterna.
Era tutto così bello che mi ha preso, nei primi minuti, qualcosa di simile all’euforia per la situazione non del tutto comune in India: casa grande, pulita, dove lavare i propri vestiti senza temere malattie infettive, in posto interessante, con altri invitati francesi e ospite poliglotta e acculturato e molto gentile.
Così, dopo un lauto pasto, abbiamo pensato di fare un giro nei dintorni con lo scooter affittatoci dal nepalese: modello Heavy Duty, cilindrata 50, a miscela, ruote del diametro di 30 centimetri, non esattamente perfette per la Dakar tra gli sterrati di argilla e sassi delle stradine interne di Auroville, ma comunque parecchio affidabile.
Almeno finché non ha effettivamente iniziato a piovere, gli sterrati son diventati pantani e, soprattutto, l’intero impianto elettrico di Auroville è saltato irrimediabilmente, lasciando non solo tutti al buio, ma soprattutto senza ventilatori, con temperature registrate intorno ai 40 gradi.
La prima notte l’abbiamo trascorsa in un sudario: con le finestre aperte, la pioggia ti finiva in testa; con le finestre chiuse, si arrivava facilmente a quel torpore dei sensi registrato intorno ai sessanta gradi.
L’indomani, quando nonostante la notte insonne mi sentivo già di dominare l’heavy duty abbastanza per avventurarci nel delirio del traffico indiano, abbiamo riparato prima a Pondicherry e poi, per cena, nel posto consigliato dai francesi: hotel di lusso, con generatore elettrico e persino debole connessione internet. Peccato che tra le dotazioni dell’heavy duty non ci fossero i fari, ed è toccato guidare giù per i tornanti con le luci frontali di decathlon in testa, quelle cioè che fanno a stento abbastanza luce per leggere un libro in campeggio.
Il terzo giorno l’abbiamo passato cercando invano un angolo di spiaggia decente in cui fare un bagno, ma tra trattori sulla spiaggia per rimettere le barche in secca e sporcizia accumulata abbiamo finito col rinunciare, trascorrendo la giornata con gli aurovilliani. La mattina seguente avremmo dovuto alzarci alle 4.30 per la meditazione collettiva di fronte al Mandrimal, momento cardine della collettività.
La corrente, nel frattempo, era tornata e riandata via: in casa non c’era una candela, il tasso di umidità faceva crescere il muschio sui muri, non si poteva cucinare alcunché e la roba in frigo era comunque probabilmente marcia e nemmeno tutta la spiritualità di Aurobindo poteva placare la nevrastenia degli occidentali riscopertisi adoratori del petrolio e della sua capacità maieutica in termini di luminosità e comfort.
Per pareggiare le imprecazioni del terzo giorno, abbiamo dovuto in effetti alzarvi alle 4.30 per andare a meditare: esperienza toccante.
Subito dopo, però, un autista appositamente reclutato ci attendeva per portarci in un albergo fronte mare un po’ più a Sud: per tenere la via, serve energia. Anche elettrica, ho scoperto.

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Dispacci, India – Tiruvannamalai # 5

Sono entrata nel bagno dell’ashram a piedi nudi, ho paura d’aver preso il colera.
Tranquilla, il colera mica lo prendi coi piedi.

[rassicurazioni, capitolo 1]

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Dispacci, India – Tiruvannamalai #7

Atto primo

Mi son svegliata e l’occhio mi faceva male, più male della sera precedente. Ma ci ho messo un po’ a realizzarlo, perché nel frattempo mi faceva male anche un sacco di altra roba: la schiena, avendo dormito su un asse di legno con sopra un materasso spesso quattro centimetri; la gola, nonostante, incurante del ridicolo, mi fossi avvolta una sciarpa intorno al collo per averla vinta contro il bocchettone dell’aria condizionata posizionato a 30 centrimetri dal letto; le narici, perché a metà della notte di Chennai (come oggi si chiama Madras) dalle finestre aperte ha iniziato a salire quell’olezzo di discarica così frequente in India, mescolato a diesel non raffinato euro 1 e a frittura d’uova; l’apparato gastrointestinale, interessato da reazioni chimiche paragonabili alla fissione del nucleo grazie alla cena a base di chappati in salsa di fagioli gentilmente offerta dalla nostra ospite.
Tra una constatazione di indolenzimento e l’altra, ha fatto in tempo anche a salirmi la paranoia delle possibili pulci dentro alla coperta in cui avevo dovuto rifugiarmi a metà notte, sempre per via del famoso bocchettone del condizionatore (un’altra botta di animali pruriginosi e Cirri mi avrebbe preso per i fondelli pubblicamente per l’eternità, oltretutto).
Alla fine, insomma, e solo dopo aver declinato una generosa dose di riso piccante e spezie alle 8 della mattina, ho capito che la cosa peggiore era l’occhio, gonfio come una pallina da ping pong. Un orzaiolo, con ogni probabilità. “Mancanza di igiene”, ho letto su Internet tra le possibili cause: eppure, seppur in bagni indiani, appena trovo dell’acqua mi ci butto sotto.
Quando tre giorni dopo ho visto le scimmie giocare e sfregarsi col bucato appena fatto, asciugamani inclusi, tutto è parso più ovvio.

Atto secondo

Abbiamo comprato banane e biscotti e siamo salite su un autobus per Tiruvannamalai, città della montagna sacra, di ashram, di pellegrini, di spiritualità diffusa e permeante.
Fuori da Chennai, superate le discariche a cielo aperto e l’umanità abbandonata alla polvere e ai rifiuti, il paesaggio rigoglioso, puntellato di palme, mucche e scolaretti vestiti a tinte pastello, ispirava una quiete insolita per questa parte di mondo. L’autista del bus, ferraglia arrugginita vecchia probabilmente 40 anni e milioni di persone affondate nei sedili rotti, si è impegnato a spezzarla ogni 25 secondi circa, suonando il clacson con una violenza tale che ho dovuto mettere i tappi per le orecchie: anche così ne sono uscita frastornata, rimbambita dal rumore, dal caldo micidiale e dalla polvere sollevata dal carrozzone.

Atto terzo

Al terzo giorno l’occhio ha iniziato a farmi seriamente male, e né l’ascensione alle sei della mattina alla montagna sacra né l’energia ipnotica delle preghiere in uno degli ashram più noti d’India sono bastati a farmene dimenticare.
Chiaramente, il mio orzaiolo era poca cosa rispetto alla vastità delle situazioni di Tiruvannamalai: su Pradakshina road, la strada che cinge la montagna per 14 chilometri (e che andrebbe percorsa da ogni pellegrino) i saddhu vestiti d’arancione siedono tramortiti dal caldo, forse dalla fame, probabilmente dal divino, possibilmente qualcuno dall’oppio; gli occidentali girano vestiti di bianco inamidato, entrano ed escono dagli ashram e dai supermercatini che paiono assemblati apposta per loro, con le farfalle DeCecco e le spezie già pronte in busta; l’elefante ammaestrato è costretto a impersonare Ganesh e a benedire i fedeli con un buffetto della proboscide, previo incameramento nella stessa di qualche moneta di buon auspicio; le scimmie saltano fuori da ogni tettoia, pronte a rubare ogni cosa incustodita; le capre schiattano sotto al sole bollente legate su piastre di cemento da proprietari non esattamente sensibili al benessere di animali che non siano vacche; e al ristorante più frequentato del villaggio un italiano narra distrattamente di cobra soliti attraversare le stradine nei pressi (“No, è un po’ che non si vedono in giro, stanno nella boscaglia perché qui c’è troppo caldo”, risposta dei locali).

Il mio orzaiolo, però, faceva male ugualmente, a dispetto di mondi molto più complessi di me. E iniziavo a pensare che forse non fosse solo un orzaiolo.
Dopo aver valutato la soluzione ayurvedica fai da te, e aver scartato l’ipotesi di una farmacia locale, Cristina ha intuito che la soluzione migliore fosse il medico dell’ashram: chi meglio di colui attorno al quale ruota una comunità con centinaia di persone e relativi disagi?
Ci siamo messe alla ricerca del dispensario, sfinite dalle indicazioni degli indiani: un cenno del capo dall’alto verso il basso può voler dire destra, sinistra, vai dritto o non lo so, ma se anche fosse così non sarei intenzionato a fartelo sapere. Abbiamo girato a vuoto, chiesto a un americano, superato una casupola sormontata da un cartello e infine, scalze come d’obbligo, siamo entrate nel dispensario.
L’infermiera indiana scalza e in sari mi ha fatto scrivere su un foglio nome ed età, poi le ha riportate su un foglio a macchina: Gea, femmina, 37.
Poi mi ha fatto sedere in attesa del medico, che è arrivato quasi subito e del santone aveva poco e niente: alto, semplice, spiccio come il medico condotto d’un villaggio di gente che può veramente avere bisogno, m’ha guardato un nanosecondo e prescritto due farmaci, scrivendoli sul foglietto diligentemente compilato dall’infermiera.
Stavo ringraziando sentitamente chiedendo quale fosse la farmacia, quando ha tirato fuori due confezioncine di cartone spiegando che qui non si compra ma si distribuisce a chi ha bisogno.
E avrei potuto blaterare che il mio percorso spirituale è parecchio indietro, quindi più che gli antibiotici per occhi mi serve un distillato d’asharam, ma come al solito l’occhio mi faceva abbastanza male da condurmi velocemente al sodo: namasté namasté, e ora mettiamoci le gocce.
Più facile a dirsi che a farsi: la medicina cruciale deve essere stata confezionata da crudelissimi ingegneri brutalisti della DDR, e al posto del contagocce sinuosi di cui è provvisto qualsiasi collirio ha una specie di beccuccio rigido tipo caffettiera impossibile da utilizzare. Dopo svariati tentativi, e dopo che l’infermiera in sari ci aveva dimostrato con uno sforzo sovraumano che in fin dei conti non era poi così difficile far scendere le gocce, Cristina e io abbiamo optato per l’unica soluzione possibile: tagliare il dannato beccuccio.
Da allora, le gocce scendono quasi copiose. L’orzaiolo o quello che è, invece, non se n’è ancora andato.

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Dispacci, India – Chennai #6

Prima avevo un negozio, ma non c’era abbastanza lavoro. Qui se guadagni meno di 150 mila rupie la tua aliquota è del 10%. Ma se ne guadagni di più è del 25%. L’Iva è al 28%. Se metti 100 rupie in banca, in tre transazioni non c’è più niente. La situazione è tremenda.

Ma il primo ministro Modi cosa sta facendo?

È un bugiardo. È un illitterato. Un uomo di campagna che ha costruito una carriera coi soldi. Ma gli indiani sono troppo innocenti: si vendono per 400 rupie.

[lezione di vita da un tassista, al quale dai 3,70 euro per un’ora di corsa e mezza (sua) di attesa, e tutti dicono che l’hai pagato carissimo]

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Dispacci, India – Chennai #4

In tutti i Paesi asiatici il clacson è usato con una certa libertà: più che un segno di avvertimento, un’allerta permanente. Il che, peraltro, rispecchia la natura del traffico.

In India tuttavia è qualcosa di più, quasi un segno di mascolinità: più suoni, più sei uomo.

Ed è così che oggi l’autista del bus Chennai-Tiruvannamalai, sul quale incautamente ci siamo sedute in prima fila, mi ha totalmente stordito: e non basta che abbia messo prima gli auricolari e poi addirittura i tappi per le orecchie, sono arrivata a destinazione frastornata come mai mi era successo per il rumore, con quel senso di nevrastenia da il prossimo che dice una sillaba lo meno che deve essere proprio la spiritualità che tutti vengono cercando quaggiù.

(Il prossimo, per la cronaca, era l’autista di un tuc tuc che dopo tre minuti di contrattazione serrata sul prezzo mi ha accolto dandomi una gomitata nell’occhio con l’orzaiolo, ma la divinità hindù deve averlo protetto dalla mia possibile reazione).

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